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Home Sanità

Con la tecnica XLIF si cura il mal di schiena cronico

La Neurochirurgia di Sassari nei giorni scorsi ha utilizzato, per la prima volta, una nuova tecnica mininvasiva per il trattamento della patologia degenerativa della colonna vertebrale. L’intervento è stato fatto su un paziente di 65 anni al quale è stata posizionata una protesi discale in titanio. Il paziente è stato dimesso dopo soli 3 giorni di degenza senza alcun dolore.

22 Novembre 2023
in Sanità
Reading Time: 2 mins read
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È un acronimo quasi impronunciabile, XLIF, ma per il paziente suona come approccio chirurgico mininvasivo per la cura del mal di schiena cronico. Si tratta di una nuova tecnica che consente la sostituzione del disco intervertebrale mediante approccio cosiddetto “laterale estremo” (eXtreme Lateral Interbody Fusion, appunto XLIF). Nei giorni scorsi è stata usata, per la prima volta, dall’équipe di Neurochirurgia dell’Aou di Sassari che ha operato un paziente di 65 anni il quale, dopo tre giorni di degenza, ha fatto rientro a casa senza mal di schiena.

«Si tratta di una chirurgia vertebrale all’avanguardia – afferma la neurochirurga Maria Antonietta Chessa – che mette la nostra struttura al pari delle altre del resto della penisola. Si tratta di una tecnica mininvasiva introdotta di recente che può essere utilizzata per il trattamento della patologia degenerativa della colonna vertebrale.»

Il paziente, in anestesia generale, viene posizionato su un fianco, sopra il lettino operatorio. Con una piccola incisione sul fianco il neurochirurgo accede alla colonna vertebrale, con minimo trauma dei tessuti. Il neurochirurgo quindi, con la stessa tecnica usata in laparoscopia, inserisce tra le vertebre una protesi discale in titanio.

«Con questa metodica – aggiunge il neurochirurgo Giosuè DiPellegrini – riusciamo a evitare il passaggio vicino alle radici nervose che non vengono toccate in alcun modo.»

Un intervento che viene realizzato grazie a un monitoraggio neurofisiologico real time, con l’impiego di un apparecchio radiologico, arco a C o amplificatore di brillanza, che consente di posizionare la protesi vicino ai dischi intervertebrali.

Una tecnica che, però, avvisano i neurochirurghi, è consigliata in presenza di alcuni fattori. «È importante conoscere la situazione clinica del paziente – precisa Giosuè Dipellegrini – e il paziente viene “selezionato” in maniera adeguata, perché l’intervento possa essere realizzato su misura, potremmo dire “tailor made”.»

Il paziente, infatti, non deve aver avuto altri interventi addominali, deve avere una posizione bassa della cresta iliaca quindi una posizione alta della dodicesima costa e il livello dell’intervento deve essere localizzato tra le vertebre lombari L2 ed L5.

«Per questo motivo – aggiungono gli specialisti della Neurochirurgia sassarese – resta sempre valido anche l’intervento di tipo invasivo, che ha sempre la sua indicazione.»

Innegabili, però, i benefici per il paziente derivanti dalla nuova tecnica mininvasiva. «Si hanno tempi più rapidi per la stabilizzazione della colonna – dicono i neurochirurghi – il periodo post operatorio dura meno: si passa dai 7 giorni di ricovero per l’intervento open ai 2/3 giorni per questo. Inoltre, le perdite ematiche sono irrilevanti e non è necessario posizionare un drenaggio. Infine, il dolore post operatorio è minore.»

Nella sala operatoria, al terzo piano del Santissima Annunziata, l’intervento è stato realizzato dall’équipe di Neurochirurgia per la quale erano presenti la responsabile Maria Antonia Chessa, Giosuè DiPellegrini, Filippo Veneziani Santonio, Giovanni Nodari, in collaborazione con Nicola Marengo dell’Ospedale Molinette di Torino. Quindi gli strumentisti di sala, il personale dell’Anestesia del Santissima Annunziata e i tecnici di Radiologia

Tags: Filippo Veneziani SantonioGiosuè DiPellegriniGiovanni NodariMaria Antonia ChessaMaria Antonietta ChessaNicola Marengo
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