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Home Cultura

Una serata con Dante all’IBIS di Nuoro, il poliedrico Andrea Maxia propone la declamazione e il commento di due canti della Divina Commedia

13 Ottobre 2025
in Cultura
Reading Time: 4 mins read
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Una serata con Dante all’IBIS di Nuoro, il poliedrico Andrea Maxia propone la declamazione e il commento di due canti della Divina Commedia

Eravamo in tanti ieri sera all’IBIS di Nuoro: la sala gremita di appassionati del Sommo Poeta ascoltava estasiata Andrea Maxia, impegnato nella recita di due canti della Divina Commedia.
Si respirava quasi un’aria antica, come se quella sala fosse un’aula del liceo di tanti anni fa, con i discepoli attenti ad ascoltare il professore leggere i famosi versi. Versi che molti non hanno mai dimenticato, e che sono entrati nel linguaggio quotidiano come modi di dire comuni.
Eravamo invece nel 2025, ad ascoltare Andrea Maxia, nuorese poliedrico che si occupa di sport, musica, teatro – è stato componente di un coro lirico a Sassari e fa parte del cast dell’opera teatrale IL GIORNO DEL GIUDIZIO di Salvatore Satta, che con oltre 8.000 presenze è stata l’opera più vista in Sardegna.
Con il suo movimento scenico, le espressioni facciali e la musicalità della voce, Andrea ha tenuto il pubblico sospeso, facendogli vivere emozioni forse sopite.
Ha scelto di recitare il III canto dell’Inferno, quello degli ignavi, coloro che in vita non si sono mai schierati né per il bene né per il male. Un tema attualissimo: l’ignavia, la passività di fronte ai problemi sociali o politici, il sottrarsi alle responsabilità, preferendo una vita “senza vessillo”, senza ideali a cui aderire.
Per Dante, questi individui non meritano né premio (Paradiso) né punizione (Inferno): li colloca nell’Antinferno, condannati a correre nudi dietro una bandiera senza stemma, punti da mosconi e vespe.
Nel riconoscere tra loro l’anima di Celestino V, “colui che fece per viltade il gran rifiuto”, Dante ci ricorda che anche le figure più alte, quelle con il potenziale per cambiare le cose, a volte scelgono di non agire, per egoismo o paura.
Sono tante le espressioni del III canto entrate nell’uso quotidiano:
«Senza infamia e senza lode», usata per indicare qualcosa di mediocre, che non si distingue né in bene né in male.
«Non ti curar di lor, ma guarda e passa» un invito a ignorare le critiche sterili o i giudizi inutili.
Ma forse la più celebre resta il verso inciso sulla porta dell’Inferno: «Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate»,
che sottolinea l’assoluta irrevocabilità delle scelte.

È stata poi la volta del V canto, in canto di Paolo e Francesca.
Ci troviamo nel secondo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i lussuriosi, coloro che in vita si sono lasciati travolgere dalla passione. Per la legge del contrappasso, le anime sono sospinte incessantemente da una bufera di vento, proprio come in vita si abbandonarono alla tempesta del desiderio.
Tra questi dannati, spiccano due spiriti che vagano abbracciati: sono Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, due amanti uccisi per amore. La loro è una storia realmente accaduta: Francesca, figlia di Guido da Polenta, fu costretta a sposare per motivi politici Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, un uomo brutto e deforme. Si innamorò però del fratello di lui, Paolo, bello e gentile. Gianciotto un giorno li sorprese insieme e li uccise entrambi.
Anche da questo canto provengono versi immortali, che ancora oggi parlano al nostro cuore:
«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende»: l’amore, ci dice Dante, «divampa in un attimo nel cuore gentile», è una forza irresistibile che sfugge al controllo.
«Amor, ch’a nullo amato amar perdona…»: l’amore non lascia scampo. Chi è amato è condannato ad amare a sua volta.
E poi il passo struggente e famosissimo, che ancora oggi fa vibrare gli animi romantici:
«La bocca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.»

Leggere Dante è bello ed è importante, in quanto ancora oggi ci insegna quanto sia necessario disporre di un linguaggio capace di esprimere, con intensità e chiarezza, sia le cose più profonde sia quelle più leggere.
È importante altresì far conoscere ai bambini e ai ragazzi il valore di questi versi e invogliarli a studiarli, anche se può costare fatica.
Un giorno, forse, ci sarà chi si riterrà fortunato per aver avuto una maestra o un maestro che lo ha invitato a impararli a memoria, e non dimenticherà di dire grazie a chi lo ha guidato in quel viaggio.

Maria Antonietta Mula

Tags: Andrea MaxiaFrancesca da RiminiGianciotto MalatestaMaria Antonietta MulaPaolo MalatestaSalvatore Satta
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