Il culto dei morti, sia in Sardegna che nell’area del Mediterraneo, ha rappresentato un importante ramo di studi e ricerche. Il considerevole interesse storico-antropologico e di significati, dell’immenso patrimonio culturale, è stato evidenziato dalle numerose pubblicazioni della studiosa di tradizioni popolari Dolores Turchi.
Con il declino delle comunità legate ai valori della tradizione è andata a scomparire anche l’esigenza della lamentazione funebre, rappresentata in Sardegna dalla coinvolgente dolorosa espressione degli atitos. S’atitadora, espressione di una cultura al femminile, rifletteva sostanzialmente il sistema valoriale, coltivato nei secoli, e maturato con sensibile umanità nella vicinanza a malati, morenti e ai morti.
Le figure delle atitadoras/prefiche, talvolta erano “professioniste” che operavano per un compenso, si elevavano a protagoniste dell’antichissima tradizione di voce e anima per codificare l’espressione di dolore ed elaborazione del lutto; improvvisavano versi e con il particolarissimo rito del canto esaltavano la vita e le virtù del morto, sottolineandone “la gravità della perdita”, e introducendo un processo di metabolizzazione della condizione di tristizia per l’assenza.
L’antica tradizione, con il lamento del canto e l’intreccio di “parole che restano e danno ai morti un supplemento di vita e a coloro che rimangono la possibilità di esprimere il dolore della perdita e poter guarire”, è raccolta nel lavoro ed ampia ricerca di Lucia Preiata: originaria di Bitti e residente a Pavia, dove “ha condiviso l’entusiasmo e l’usura con il gruppo dei fondatori del reparto di Rianimazione di Pavia negli anni settanta”, maturando una consapevolezza esistenziale e conoscenza diretta del dolore.
La pubblicazione, titolata “Attitatores e attitos – Pianto rituale in Sardegna” (Edizioni N.T.P.-Pavia, 2012), rappresenta uno spaccato di vita e comunità, di morti e lutti raccontati attraverso le voci delle donne di Bitti; una ricerca sul campo, operata attraverso diversi anni di paziente ascolto, registrazione e collaborazione delle anziane che avevano improvvisato atitidos o conservato memoria dei versi funebri, tramandati oralmente da generazione a generazione e patrimonio immateriale della storia comunitaria bittese.
La trascrizione rivela anche una apprezzabile qualità linguistica e stilistica, con caratteristiche compositive letterarie. La Preiata propone i testi in limba con la trasposizione in italiano a fronte ed estende la ricerca documentale ad atitidos datati. Di grande interesse anche la ricostruzione di notizie e vicende biografiche relative alle atitadoras e la ricca memoria di storie personali che descrivono le famiglie e raccontano del paese di Bitti in diversi momenti sociali e storici. L’opera della Preiata rappresenta una catalogazione di testi per autrici, si parte da Luchia Mele (collocazione storica inizi dell’Ottocento) per giungere alle figure operanti fino alla metà del secolo scorso e per tematiche (es.: donne morte in parto, morti in guerra, morti in modo violento, etc.); tutto il lavoro di ricerca si colloca in un contesto che definisce in modo significativo e lineare i fatti, i luoghi e l’umanità collettiva di Bitti. Tra i verseggiatori del dolore e delle tragedie figurano anche la valida poetessa
Efisina de Grimenta (1866-1945), descritta come “la sibilla bittese” e il poeta eccletico Amico Cimino (1867-1934).
Quello delle atitadoras, scrive la prefatrice Laura Marelli, è pianto funebre di “donne che spontaneamente o su richiesta dei familiari andavano a piangere il morto, e più in generale della tendenza poetica diffusa in certe famiglie e tramandata di generazione in generazione”. La nota introduttiva dell’autrice Lucia Preiata tende a sottolineare che la complessa ritualità del pianto “è finalizzato all’espressione del dolore per la perdita di una persona cara e consente di mantenere un rapporto con il defunto e contemporaneamente distanziarlo e farlo rivivere in una dimensione altra” e “come memoria storica della comunità”. La pubblicazione si avvale della competente consulenza linguistica del prof. Simone Pisano, docente di Dialettologia e Linguistica all’Università per stranieri di Siena.
Il volume è impreziosito dalle originali e numerose immagini, ispirate fedelmente alla ritualità locale di segni identitari emozionali codificati in gesti- parole, realizzate dall’artista e stimata ceramista Francesca Cossellu, cui si deve la suggestiva e rappresentativa copertina, e di Franca Zanetti a commento della scheda dedicata a pag. 68 alla figura dell’atitadora Carmela Tola, l’eroina romantica (1850-1882).
Ringrazio Francesca Cossellu per aver concesso la pubblicazione dei disegni originali presenti nel volume Attitatatores e Attitos.
Cristoforo Puddu




















