«Il 27 gennaio non è una data rassicurante. Non consola, non pacifica. Inquieta. Deve interrogare. E deve farlo soprattutto oggi.»
Si apre così, con un invito a interrogarsi sui fatti del nostro tempo, il messaggio della Presidente della Regione, Alessandra Todde, per la Giornata della Memoria.
«Le persecuzioni e i campi di concentramento non sono stati un incidente della storia, né una follia improvvisa: sono il risultato di decisioni politiche rese possibili dal consenso o dall’indifferenza di società intere. Lo hanno vissuto sulla loro pelle i 290 deportate e deportati sardi internati nei campi nazifascisti. La storia del Novecento europeo ci ha insegnato che il razzismo non è solo odio. È un sistema. È una struttura di potere che decide chi è dentro e chi è fuori. Chi è tutelato e chi è sacrificabile. Per questo oggi non possiamo fingere di non vedere – afferma la presidente della Regione, riferendosi agli eventi attuali che sconvolgono il mondo –. Non possiamo non vedere Minneapolis, dove donne e uomini muoiono per mano di uno Stato che dovrebbe proteggerli, e dove quella morte si trasforma in un simbolo globale di un razzismo che continua a produrre vittime. Non possiamo non vedere Gaza, dove una popolazione intera vive sotto una violenza che nega futuro, diritti, sicurezza, e dove il dolore dei civili viene troppo spesso ridotto a danno collaterale. Non possiamo non vedere l’Iran, dove giovani donne e uomini vengono uccisi per aver chiesto uno Stato che rispetti diritti, libertà e futuro.»
Poi volge la sua attenzione al Vecchio Continente: «Non possiamo non vedere il riemergere, anche in Europa e in Italia, di conflitti, linguaggi che normalizzano l’odio, che riscrivono la storia, che relativizzano il fascismo e banalizzano l’antisemitismo».
La Presidente conclude il suo discorso con un invito: «Come istituzioni e come cittadini abbiamo una responsabilità precisa. Chiediamoci ogni giorno se stiamo tollerando un’ingiustizia, se stiamo voltando lo sguardo davanti a una persecuzione, se stiamo lasciando spazio a chi esercita violenza. Il 27 gennaio non ci chiede silenzio. Ci chiede responsabilità».



















