Il caso della ASL 3 di Nuoro non è una parentesi locale né una polemica territoriale. È il punto in cui diventano visibili, senza più alibi, le contraddizioni profonde del governo della sanità sarda. Nuoro non è un’eccezione: è una cartina di tornasole.
Quanto accade nel Nuorese è infatti largamente sovrapponibile a ciò che vivono l’Oristanese, l’Ogliastra, la Gallura e, in misura significativa, anche il Sulcis e il Medio Campidano. Territori diversi tra loro, ma accomunati da fragilità strutturali: popolazione anziana, bassa densità abitativa, difficoltà di collegamento, sanità territoriale debole. In alcune aree, la vicinanza ai poli di Cagliari attenua solo in parte il disagio, senza risolverlo.
Nuoro, dunque, non è un caso isolato. È un caso–scuola.
Qui emergono con maggiore chiarezza gli effetti di un metodo di governo che ha trattato la sanità territoriale come una variante minore di quella ospedaliera, applicando modelli standardizzati a contesti che richiederebbero soluzioni dedicate.
Le scelte sulla governance della ASL 3 hanno accentuato questo scollamento. Guidare una ASL territoriale complessa non significa amministrare una struttura ospedaliera o un centro di spesa. Significa conoscere i luoghi, dialogare con i distretti, i medici di base, i sindaci, costruire reti di prossimità. Quando questi elementi vengono sottovalutati, il risultato è inevitabile: disorientamento interno, sfiducia degli operatori, servizi che arretrano.
Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: pronto soccorso in sofferenza cronica, carenze di personale, servizi territoriali insufficienti, liste d’attesa incompatibili con i bisogni reali. Nelle aree interne questo si traduce spesso in rinuncia alle cure o migrazione sanitaria forzata.
Ma c’è un aspetto che riguarda l’intera Sardegna e che viene troppo spesso ignorato: le deficienze della sanità territoriale non restano confinate nelle periferie. Producono un effetto domino che ingolfa le aree metropolitane, sovraccaricando ospedali e pronto soccorso, allungando le liste d’attesa e aumentando i costi complessivi del sistema. L’abbandono delle aree interne non alleggerisce le città: le mette in crisi.
Questo quadro assume un significato politico ancora più rilevante se si considera che la Presidente della Regione è nuorese. Ma l’appartenenza anagrafica non equivale alla conoscenza dei problemi né, tantomeno, alla capacità di risolverli. Governare un territorio significa ascoltarlo, comprenderlo, valorizzarne le competenze. Non basta esserci nati.
Il caso Nuoro pone quindi una questione che va oltre la singola ASL: serve un cambio di metodo nel governo della sanità sarda. Riconoscere la diversità dei territori, distinguere nettamente tra sanità ospedaliera e territoriale, restituire centralità a chi opera sul campo. Senza questo cambio di passo, l’ineguaglianza territoriale diventerà strutturale.
E c’è anche un rischio politico evidente: perseverare negli errori significa alimentare sfiducia e disillusione, spianando la strada a un ritorno della destra al governo della Regione, non per meriti propri, ma per incapacità altrui. Ammettere gli errori e correggere la rotta non sarebbe una resa. Sarebbe l’unico vero atto di responsabilità verso la Sardegna.
Roberto Capelli – Un’Altra Sardegna
Già assessore regionale della Sanità













