Nel panorama degli studi sulle minoranze nazionali e sulle asimmetrie geopolitiche del bacino del Mediterraneo, il caso della Sardegna rappresenta un unicum sociologico.
L’elemento che più di tutti rappresenta e caratterizza il popolo sardo in limba si esprime magnificamente con la parola Resistèntzia, è forse il tratto più distintivo e profondo dell’identità della Nazione dell’isola al centro del Mediterraneo abitata dai leggendari guerrieri dal cuore ribelle, che maneggiando sapientemente eressero verso il cielo pietre e massi ciclopici, migliaia di simboli e costruzioni sacre “fortezze di Dio” punteggiano ogni angolo della Sardegna, custodi di una grande civiltà primigenia che ci ha lasciato fino ai giorni d’oggi segni indelebili di magnificenza nell’architettura circolare e nell’alchimia dell’arte della fusione del bronzo. Questo spirito fiero e indomito si ritrova ancora oggi nel legame con la terra e il pastoralismo, che ha insegnato a trasferire i saperi, gestire le situazioni e le risorse senza sprechi, puntando sull’autosufficienza e sul forte senso di comunità, “su bichinau”.
La metafora poetica dei sardi come <<querce indurite dal tempo>> di deleddiana memoria, trova il suo corrispettivo nel concetto di “resistenzialità”. Non si tratta di una passiva resilienza, bensì di una forma di difesa attiva e sotterranea, definibile in termini politologici come un “movimento carsico”.
Questo fenomeno si manifesta quando il potere politico istituzionale – descritto storicamente come una successione di “Proconsoli” o “Viceré” privi di radicamento organico – si dimostra affetto da una miopia amministrativa strutturale. La disconnessione tra la classe dirigente (spesso espressione di dinamiche clientelari o di subalternità verso i centri di potere continentali) e la realtà antropologica locale genera uno “stillicidio” di abusi e svalutazioni.
Tuttavia, la sociologia del potere insegna che l’apparente sottomissione di una comunità periferica è spesso il velo che copre un accumulo di energia cinetica.
Il dissenso non espresso si struttura in un alveo sotterraneo, un fiume invisibile che erode progressivamente la legittimità dei “piccoli potentati”, preparandone il crollo rovinoso.
Questa analisi ben si lega anche all’Archetipo Storico dello Sfruttamento: Il Caso Minerario e il Disboscamento dell’Ottocento e dei primi anni del Novecento.
Per comprendere l’origine di questa diffidenza atavica verso il potere centrale, è necessario applicare la “teoria della dipendenza” e i modelli di analisi dei sistemi-mondo. La condizione della Sardegna è stata storicamente assimilabile a quella di una “colonia interna”.
L’esempio più fulgido e drammatico di questo sfruttamento asimmetrico si consuma nel corso del XIX secolo con il “disboscamento di Stato”, per finanziare la modernizzazione infrastrutturale del Piemonte sabaudo prima, e del neonato Regno d’Italia poi, i patrimoni forestali della Sardegna (le grandi foreste primigenie di lecci e querce del Goceano, del Nuorese e del Sulcis) vennero letteralmente rasi al suolo. Il legname sardo servì come materia prima per le traversine delle ferrovie continentali e come combustibile carbonifero per le industrie del Nord. Il risultato fu un disastro idrogeologico ed ecologico i cui effetti sono visibili ancora oggi.
Parallelamente, “l’estrattivismo minerario”, nel ventre dell’isola (Sos Enattos a Lula, Funtana Ramiosa di Gadoni, l’Iglesiente, il Guspinese) divenne teatro di un’economia estrattiva predatoria. Società a capitale belga, francese e genovese ottennero concessioni perpetue per l’estrazione di piombo, zinco e argento. Ai sardi fu riservato il ruolo di manovalanza dequalificata e brutalizzata in miniera, mentre il plusvalore economico veniva interamente esportato, lasciando sul territorio unicamente scorie industriali, paesaggi deturpati e un’economia desertificata una volta esauriti i filoni.
Questo trauma storico ha sedimentato l’archetipo dello sfruttamento d’oltremare, trasformando la diffidenza in un dispositivo antropologico di sopravvivenza.
Oggi viviamo un altro attacco che è quello legato alla fantomatica transizione ecologica, questa infatti non risponde a nessuno dei tre principi cardini (sostenibilità: ambientale, economica e sociale), quello che sta accadendo in Sardegna si chiama con un solo nome speculazione (termine già usato nel 1910 dal nostro Nobel Grazia Deledda nel romanzo “Il nostro padrone” per denunciare la distruzione dei boschi in epoca sabauda) e devastazione sulla pelle del territorio sardo e del popolo sardo. Sì, sulla pelle dell’ambiente naturale: infatti il paesaggio è la seconda pelle dei sardi, ed è il bene supremo che va difeso ad ogni costo. Infatti, in tutto ciò che sta accadendo in questo momento in Sardegna non c’è niente di sostenibile. Ci si interroga come mai i sardi si siano uniti in massa e ribellati a questo assalto speculativo sulla nostra terra come nessun popolo al mondo ha fatto fino ad oggi? La risposta è nella nostra cultura, all’atavico legame tra la Terra Madre e noi, il cordone ombelicale mai reciso che rende sacro e devozionale questo rapporto tra i sardi e la propria terra. La risposta? Le duecentoundicimila firme della Pratobello24 sono la Forza della Nazione Sarda, ha unito i sardi di ogni estrazione sociale e politica con un secco NO alla devastazione della Sardegna per via dell’assalto delle lobby dell’eolico e del fotovoltaico.
Ma allora che fare?
Seguire la strada del Duplice Binario: di fronte a processi di modernizzazione omologante e colonizzazione culturale, la società sarda ha sviluppato una sofisticata strategia difensiva basata su un duplice binario, “esistenziale” e “politico”:
Il livello “effimero-opportunistico” è la superficie dell’interazione con il potere dominante. È il piano della burocrazia, della politica formale e delle istituzioni surrogate, dove il sardo si adegua apparentemente alle regole del dominatore per garantirsi la sussistenza materiale.
Mentre il livello vero della trascendenza immanente è il nucleo archetipico, protetto dallo spirito “arcano e ribelle”. È il luogo della coscienza collettiva, della lingua, della memoria degli avi e delle strutture comunitarie tradizionali. Questo livello è impermeabile alla modernità liquida ed è lo spazio in cui risiede l’eredità della civiltà nuragica. ‘”La Nuova Tiscali”, non è mera nostalgia archeologica, ma assume un valore politico-filosofico: Tiscali, la fortezza naturale, nascosta nel cuore selvaggio della roccia del Supramonte dove i sardi resistettero alle legioni romane, diventa l’archetipo della “cittadella interiore”. È il simbolo di una civiltà che sa farsi mito per sopravvivere alla storia, oltre il tempo, in attesa di una rifondazione futura.
È quindi importante passare alla profonda conoscenza della Dottrina Sardista, passare dal “Sardetto” all’Autocoscienza della Nazione Culturale, ponendo una netta demarcazione tra due posture psicologiche e politiche: il “sardetto” e il “sardista vero”. La figura del “Sardetto”, rappresenta l’interiorizzazione del complesso di inferiorità del colonizzato (analizzato approfonditamente da pensatori come Frantz Fanon). Il “sardetto” è timoroso, sospettoso, chiuso nel suo guscio; accetta lo status quo dei “vinti” e cerca micro-certezze nel clientelismo o nell’imitazione del modello egemonico esterno.
Il Sardismo Radicale invece si fonda sul superamento di questo timore reverenziale «Noi diamo del tu a tutti». In termini sociologico-politici, il Sardismo opera un ribaltamento epistemologico: il popolo sardo cessa di essere “oggetto” di studi antropologici, di flussi turistici o di speculazioni economiche altrui, e diventa “soggetto” storico e politico cosciente che si autorappresenta come Nazione. A questo punto è importante estendere l’analisi critica alla frammentazione contemporanea dei movimenti indipendentisti, autonomisti e federalisti sardi. La proliferazione di “pseudo-partitini” rappresenta una patologia dell’ego politico, una balcanizzazione ideologica che tradisce la missione originaria.
È fondamentale il richiamo al Partito Sardo d’Azione (PSd’Az) delle origini – quello fondato dai reduci della Brigata Sassari come Emilio Lussu e Camillo Bellieni – assume qui il valore di un ritorno all’ortodossia etica. Quei martiri della Grande Guerra avevano compreso che il sardismo non è un’ideologia individualista, ma un’istanza collettiva di emancipazione sociale e nazionale. Il partito, dunque, non è il fine (la ricerca del potere personale), ma lo strumento per la crescita del popolo.
In conclusione, la Proiezione Futura di una Civiltà Sopravvissuta, vede la Sardegna che si configura, nell’Europa contemporanea, come una nazione culturale sopravvissuta. Mentre la globalizzazione ha eroso le specificità comunitarie di gran parte del continente, l’Isola conserva un’identità collettiva densa.
La “guerra muta” del passato deve oggi trasformarsi in una strategia consapevole per il futuro. La legittimazione del cammino della Sardegna non risiede nell’adozione di modelli ideologici estranei, ma nella fedeltà ortodossa alla propria traiettoria storica, riscoprire quella regalità originaria, determinati, imperturbabili, “essere fermi “come nuraghe non crolla mai!
Non lasciarsi annichilire dalla cultura globale che imperversa in ogni direzione e raggiunge ogni canale a partire quelli comunicativi. Come ben rimarcava Antoni Simon Mossa, l’identità etno-nazionale dei Sardi è minacciata, è in atto – secondo l’intellettuale del sardismo – un processo forzato di integrazione che minaccia l’identità culturale, linguistica ed etnica, anche con la complicità di molti sardi che si lasciano comprare facilmente, difronte alle lusinghe di apparenti guadagni facili.
Solo rigettando le logiche della subalternità e della frammentazione egoistica, la Nazione Sarda potrà presidiare la propria terra sacra, non come un fossile del passato, ma come protagonista libero e sovrano della propria storia millenaria, e volgere lo sguardo verso un futuro luminoso che riporti centralità e dignità alla Nazione Sarda.
Stefano Lavra











