Il vuoto può avere un peso. Può condizionare le relazioni, alimentare il bisogno di conferme, trasformare la paura dell’abbandono in dipendenza e rendere difficile distinguere l’amore dal bisogno dell’altro. Ma quello stesso vuoto può essere riconosciuto, attraversato e trasformato, recuperando autonomia e capacità di costruire relazioni sane.
È il filo conduttore che ha attraversato “Aprire Orizzonti 2026 – L’ombra della mancanza. Tra vuoto e desiderio: il peso invisibile dell’abbandono emotivo”, il convegno annuale promosso da Casa Emmaus, che si è svolto oggi all’Holiday Inn di Cagliari.
Una giornata di confronto tra professionisti, studiosi e rappresentanti delle istituzioni dedicata quest’anno alla dipendenza affettiva, alle ferite dell’abbandono, ai traumi infantili e ai meccanismi psicologici, neurobiologici e relazionali che possono trasformare un legame da luogo di crescita e sicurezza in fonte di sofferenza.
Ad aprire e moderare la prima parte dei lavori è stato Biagio Sciortino, presidente di Casa Emmaus, alla sua prima edizione di Aprire Orizzonti in questa veste.
«Quando si parla di fragilità, dipendenza affettiva e relazioni – ha sottolineato Sciortino – affrontiamo alcuni degli aspetti più delicati dell’esperienza umana. Le storie vanno lette nella loro complessità e nella globalità delle relazioni. Cambiano le forme delle dipendenze, ma alla base ritroviamo spesso lo stesso mal di vivere, lo stesso bisogno di riempire un vuoto. Non possiamo pensare alla persona che vive una fragilità semplicemente come all’anello debole: la relazione c’è sempre».
Un concetto ripreso nelle conclusioni della giornata dallo stesso Sciortino: «Noi dobbiamo essere strumenti e operatori capaci di far osare. Affrontare la paura la fa diventare più semplice».
Accanto a lui Giovanna Grillo, già presidente di Casa Emmaus, ha riportato l’attenzione sulla fragilità come dimensione che appartiene a tutti, sul bisogno di riconoscimento e sul desiderio di essere amati: «La felicità arriva quando la fragilità viene vista e accolta. Se non guardiamo le nostre ferite non possiamo fasciare quelle degli altri».
Le istituzioni: educazione affettiva, giovani e nuove fragilità
Numerosi i rappresentanti delle istituzioni e delle professioni che hanno preso parte ad Aprire Orizzonti.
Il presidente del Consiglio regionale della Sardegna, Piero Comandini, ha richiamato in particolare l’attenzione sulle nuove generazioni e sull’impatto che strumenti come i social possono avere sulle loro relazioni e sul vissuto dell’abbandono emotivo.
«È facile diventare amici di Casa Emmaus: andando nei luoghi in cui opera si scopre concretamente quali sono le cose che vengono portate avanti e realizzate bene», ha affermato Comandini, scegliendo di parlare del tema anche dalla prospettiva di genitore.
«L’abbandono emotivo, nel momento in cui questi ragazzi vengono bombardati da strumenti prima non esistenti, come i social, mi preoccupa». Comandini ha quindi richiamato il ruolo della scuola e del Terzo settore e l’iniziativa legislativa regionale in materia di educazione affettiva, sottolineando la necessità che le nuove generazioni possano ritrovare fiducia nei riferimenti fondamentali rappresentati dalla famiglia, dalla scuola e dalle relazioni.
Il legame tra Casa Emmaus e il territorio è stato invece al centro dell’intervento di Mauro Usai, sindaco di Iglesias e presidente della Provincia del Sulcis Iglesiente.
«Iglesias ha la fortuna di avere Casa Emmaus da tanto tempo. Il tratto più distintivo di ogni sua azione è la lungimiranza», ha sottolineato Usai. «Aprire Orizzonti significa aprire la mente verso temi nuovi, significa avere lungimiranza».
Il vescovo della Diocesi di Iglesias Iglesias Mario Farci ha proposto una lettura della mancanza a partire dalla dimensione umana e spirituale. L’ombra, ha ricordato, nelle Scritture può rappresentare anche protezione, mentre la mancanza appartiene alla natura stessa dell’essere umano. Fragilità e desiderio diventano così parti dell’esperienza della persona: il desiderio di amare e di essere amati.
L’onorevole Francesca Ghirra ha richiamato invece l’attenzione sulla violenza nelle relazioni e sulle dinamiche di sopraffazione, evidenziando l’importanza dell’educazione sessuale e affettiva per le giovani generazioni e riconoscendo il ruolo delle strutture di Casa Emmaus nell’offrire risposte di cura.
Sono intervenuti inoltre il presidente regionale dell’Ordine dei Medici Emilio Montaldo, il presidente regionale dell’Ordine degli Psicologi Tullio Garau e la rappresentanza dell’Ordine degli Assistenti Sociali.
Montaldo, partendo dalla propria esperienza nella medicina generale, ha sottolineato quanto le fragilità siano interconnesse e il contributo di Casa Emmaus nel contrastare le disparità nell’ambito della salute, sintetizzando nel valore di un “abbraccio” una possibile risposta al peso della mancanza.
Garau ha posto al centro il carattere ambivalente delle relazioni: la relazione può curare, ma può anche creare sofferenza, un tema che assume ulteriore rilevanza nell’epoca dei social.
Dal mondo del servizio sociale è arrivato infine il richiamo al significato originario dell’“assistere”: stare accanto. Le professioni d’aiuto possono accompagnare le persone a riconoscere il vuoto, imparare ad abitarlo e avviare processi di trasformazione, mettendo al centro i legami e i progetti di vita.
Donatella Marazziti: cosa accade nel cervello quando ci innamoriamo
Il confronto scientifico è entrato nel vivo con Donatella Marazziti, che ha accompagnato il pubblico all’interno dei meccanismi neurobiologici dell’innamoramento e dell’attaccamento.
Le neuroscienze, ha spiegato, hanno offerto alla ricerca nuovi strumenti per studiare scientificamente le emozioni e i loro meccanismi di base. L’amore può essere interpretato come un processo neurobiologico e comportamentale integrato che promuove la vicinanza ed è profondamente radicato nella natura umana.
Attrazione, attaccamento e amore coinvolgono componenti psicologiche, cognitive e comportamentali e chiamano in causa memoria, emozioni e differenti sistemi neurochimici.
L’innamoramento rappresenta, dal punto di vista neurobiologico, anche una condizione di stress. Dopamina, serotonina, ossitocina e vasopressina partecipano con funzioni differenti ai processi che accompagnano attrazione, gratificazione e costruzione del legame.
Ma il confine può diventare sottile: «L’amore diventa molesto quando ci sono delle mancanze», ha osservato Marazziti, indicando tra le possibili manifestazioni dipendenza affettiva, gelosia e stalking.
Valeria Campinoti: tra dipendenza sana e dipendenza patologica
Sul confine tra legame sano e dipendenza patologica si è concentrato l’intervento della psicologa e psicoterapeuta Valeria Campinoti.
Non ogni dipendenza dall’altro è patologica. Una relazione sana può prevedere una forma di dipendenza reciproca nella quale esiste un equilibrio tra vicinanza e autonomia. Il problema emerge quando quell’equilibrio viene meno e l’innamoramento si trasforma in idealizzazione, pensiero ossessivo, compulsione relazionale e bisogno irrefrenabile di vicinanza e conferme.
Isolamento, difficoltà a riconoscere i propri bisogni, iper-responsabilizzazione, perdita della distanza tra le proprie emozioni e quelle dell’altro sono alcuni degli indicatori approfonditi nel corso dell’intervento.
Valeria Campinoti ha dedicato particolare attenzione anche alle terapie brevi e strategiche, sottolineando come “breve” non significhi superficiale, ma focalizzato su un obiettivo specifico.
Recuperare equilibrio e controllo emotivo, far emergere le proprie risorse e costruire una nuova identità relazionale sono alcuni dei passaggi proposti. Significa anche imparare nuovamente a stare da soli, scardinare i modelli relazionali appresi e svincolare l’autostima dal rapporto con il partner.
La relazione, in questa prospettiva, non è il pezzo mancante del puzzle chiamato a completare una nostra incompletezza, ma una cornice.
Violenza nelle relazioni: perché è così difficile andare via?
Un altro dei temi centrali della giornata ha riguardato il rapporto tra dipendenza affettiva patologica e violenza nelle relazioni intime.
Nell’intervento di Pugliese è stata approfondita la complessità dei meccanismi che possono mantenere una persona all’interno di una relazione che provoca sofferenza.
La violenza da parte del partner può assumere forme fisiche, sessuali, psicologiche ed economiche e manifestarsi anche attraverso controllo coercitivo e stalking, producendo conseguenze psicologiche, fisiche e sociali.
Una delle domande fondamentali poste durante l’intervento è stata: perché una persona resta, o ritorna, all’interno di una relazione violenta?
La dipendenza affettiva patologica è stata descritta come una condizione nella quale la relazione provoca sofferenza ma abbandonarla appare estremamente difficile. Per molte vittime andare via non rappresenta una scelta semplice, ma un conflitto psicologico tra paura e speranza, attaccamento e sopravvivenza.
Le storie familiari e i modelli di attaccamento possono contribuire a comprendere questa complessità: esperienze con genitori vulnerabili, depressi, critici, svalutanti, assenti o violenti possono lasciare tracce profonde che rischiano di riproporsi nelle relazioni adulte.
Comprendere questi meccanismi significa anche superare il giudizio nei confronti di chi non riesce immediatamente a interrompere una relazione violenta e costruire strumenti più efficaci di sostegno e prevenzione.
Ana Maria Sepe: la dipendenza affettiva tra corpo, psiche e neuroscienze
Con Ana Maria Sepe lo sguardo si è spostato sulle origini profonde del bisogno dell’altro.
Perché una persona può diventare così necessaria per il nostro equilibrio?
La dipendenza affettiva, ha spiegato Sepe, deve essere osservata attraverso almeno tre dimensioni: fisiologica, psicologica e neuroscientifica. Nella configurazione della dipendenza affettiva l’altro assume una funzione regolatoria centrale per la persona.
La presenza e soprattutto l’approvazione dell’altro possono contribuire alla regolazione degli stati di attivazione dell’organismo, nei quali entrano in gioco molecole come adrenalina e cortisolo.
Ma, ha sottolineato Sepe, non bisogna patologizzare il bisogno dell’altro: l’essere umano nasce e cresce all’interno delle relazioni ed è proprio attraverso il legame con le figure di accudimento che sviluppa progressivamente la capacità di autoregolarsi.
Fondamentale, durante la crescita, è il processo di coregolazione tra adulto e bambino. Il caregiver aiuta il bambino a dare un significato agli stati emotivi e a regolarli attraverso la comunicazione verbale, non verbale e paraverbale.
Da qui anche l’importanza di validare le emozioni dei bambini, comprese quelle considerate negative, come paura e rabbia. Le emozioni non sono qualcosa da eliminare: svolgono una funzione essenziale e ci informano su ciò che accade dentro e fuori di noi.
Carmelo Impera: «L’amore è l’incontro di due abbondanze»
Sul significato dell’autonomia e della consapevolezza nella relazione si è soffermato Carmelo Impera.
La paura dell’abbandono, quando si accompagna al sacrificio di sé, può contribuire a trasformare la dipendenza in una condizione patologica.
«L’amore è sempre l’incontro di due abbondanze e mai l’incontro di due mancanze», ha sottolineato Impera.
Nel suo intervento è emersa inoltre l’importanza della conoscenza dei propri traumi personali e della propria storia familiare, della capacità di riconoscere gli inneschi delle dipendenze e di un lavoro costante sulla consapevolezza.
L’obiettivo ultimo del percorso terapeutico, in questa prospettiva, è favorire l’autonomia della persona, affinché la relazione non diventi lo strumento attraverso il quale colmare una mancanza individuale.
Zlatina Kostova: dal “cosa c’è che non va?” al “cosa ti è successo?”
A chiudere gli approfondimenti della giornata, Zlatina Kostova, che ha affrontato il rapporto tra trauma infantile, attaccamento e relazioni attraverso la prospettiva della Trauma-Informed Care.
Sicurezza, empowerment, collaborazione, fiducia, sostegno tra pari e attenzione alle dimensioni culturali, storiche e di genere sono alcuni dei principi fondamentali di questo approccio.
Il cambiamento di prospettiva è sostanziale: non domandarsi soltanto “che cosa c’è che non va in questa persona?”, ma “che cosa le è successo?”.
Il trauma, infatti, può lasciare conseguenze profonde quando si verifica precocemente all’interno dello stesso sistema di accudimento. In questi casi non si parla soltanto delle conseguenze dello stress traumatico, ma anche di veri e propri traumi dell’attaccamento.
Tra le risposte dell’organismo davanti al pericolo ci sono attacco, fuga, congelamento e affiliazione. Quest’ultima assume un ruolo particolarmente importante perché porta la persona a cercare figure di sicurezza e sostegno. Quando queste figure non sono disponibili, la capacità di affrontare l’esperienza traumatica può diventare più complessa.
La Trauma-Informed Care propone per questo un approccio che integri prevenzione, identificazione e trattamento, chiedendo alle professioni d’aiuto di modificare lo sguardo con cui incontrano la persona e la sua storia.
Dal vuoto alla possibilità
Dalle neuroscienze alla psicologia, dalle professioni sociali alla medicina, fino alle istituzioni e alla dimensione educativa, Aprire Orizzonti 2026 ha provato così a raccontare il “peso invisibile” della mancanza senza ridurlo a una sola causa o a una singola diagnosi.
Un filo ha attraversato i diversi contributi: la relazione può ferire, ma la relazione può anche curare.
Riconoscere le proprie fragilità, comprendere i modelli relazionali appresi, imparare a regolare le emozioni, recuperare autonomia e costruire legami nei quali vicinanza e libertà possano convivere significa trasformare il vuoto da spazio da riempire a spazio che può essere riconosciuto e abitato.
Ed è proprio nel passaggio dalla paura alla possibilità che si ritrova il senso dell’invito conclusivo del presidente di Casa Emmaus Biagio Sciortino:
«Dobbiamo essere strumenti e operatori capaci di far osare. Affrontare la paura la fa diventare più semplice».










