Il 30 ottobre oltre 100 porti in 19 paesi si fermano contro l’economia di guerra, il traffico di armi, le politiche di riarmo e la militarizzazione dei porti. Per la prima volta la mobilitazione dei lavoratori portuali va oltre il Mediterraneo e arriva al Nord Europa, all’India, al Messico, al Sudafrica e agli Stati Uniti. Le proteste crescono in tutta Europa, dalla Spagna alla Francia, dalla Germania all’Albania.
«Cagliari e la Sardegna entrano in una lotta che non è più solo locale ma internazionale». Il 30 ottobre l’USB e le decine di sigle che hanno aderito in tutto il territorio partiranno in corteo da tre piazze:
- Cagliari, Piazza Garibaldi, ore 9.30 Il corteo attraverserà Via Garibaldi, Piazza Costituzione, Via Manno, Piazza Yenne, Largo Carlo Felice e Via Roma, per concludersi al Porto di Cagliari, nell’area dei parcheggi tra Molo Sant’Agostino e Calata Sant’Agostino.
- Sassari, Piazza chiesa San Vincenzo (Via Turati), ore 9.30
- Nuoro, Via Dante (fronte Municipio), ore 9.00
Tra le adesioni: Comitato Sardo di Solidarietà con la Palestina, studenti delle scuole di Cagliari e Sassari, Gioventude de Sardinia (Cagliari e Sassari), Potere al Popolo, A Foras, Studenti per la Palestina Sassari, Sardigna Global Sumud, Comitato Diritti Educatori/Educatrici Pedagogiste/Pedagogisti Sardegna, Giovani Palestinesi Sardegna, Pratobello24, Su Entu Nostu e altre realtà….
La scelta di concludere il corteo di Cagliari al Porto è un atto di sostegno e di visibilità alla mobilitazione internazionale Ports in Action. Nella stessa giornata USB e altri sindacati dell’area mediterranea, dell’America, dell’Africa e dell’Asia si fermano nei rispettivi porti contro il traffico di armi e la militarizzazione degli scali. Il Porto di Cagliari diventa così uno dei punti di un’azione che coinvolge oltre 100 porti in 19 paesi: la Sardegna non assiste alla mobilitazione internazionale, ne fa parte.
Lo sciopero arriva dopo tre date, il 10, il 16 e il 17 ottobre, in cui Cagliari e altre città dell’isola sono state attraversate da migliaia di lavoratori e studenti. È una generazione che non accetta un futuro di precarietà, salari bassi, carovita e guerra. Da qui bisogna costruire e rafforzare l’alleanza tra studenti e lavoratori.
Le ragioni dello sciopero
- Carovita e salari. Benzina e gasolio sono oltre i 2 euro al litro. La spesa è rincarata dal 30 al 50% in cinque anni e le bollette di luce e gas hanno subito aumenti superiori al 30%. I salari non recuperano nemmeno l’inflazione. Il governo Meloni, schierato con compagnie petrolifere e banche, risponde con provvedimenti inconsistenti, come il tetto al prezzo dei carburanti, tardivo e già naufragato. Servono salari adeguati al costo della vita, prezzi calmierati e IVA azzerata sui beni di prima necessità.
- Economia di guerra. Miliardi per il riarmo, briciole per salari, scuola, sanità e casa. Per l’USB la lotta al carovita e alla moderazione salariale è legata alla lotta contro il riarmo. Intanto il governo smantella ciò che resta della politica industriale, dall’ILVA all’automotive, e punta tutto sugli armamenti.
- Scuola e università. Scuola-lavoro gratuita, aule sovraffollate, tetti agli alunni stranieri, programmi che cancellano il colonialismo, università legate all’industria bellica e a chi collabora con Israele.
- Palestina e diritto al dissenso. Continua la complicità con il genocidio in Palestina, nonostante le piazze piene con studentesse e studenti in prima fila. Alle mobilitazioni dello scorso anno il governo ha risposto con i Decreti sicurezza e ora con il ddl antisemitismo e la definizione IHRA, che rischia di rendere perseguibile la critica a Israele e chi si mobilita per la Palestina.










