La raccolta volontaria dei rifiuti abbandonati nell’ambiente è un gesto di grande valore civico. Ogni cittadino che dedica il proprio tempo a ripulire un parco, una spiaggia o un tratto di fiume compie un’azione concreta di cura del territorio, capace di sensibilizzare e di dare un esempio positivo alla comunità.
Ma dati alla mano, dobbiamo essere onesti: questo tipo di intervento non può essere considerato una soluzione strutturale al problema della gestione dei rifiuti. È come cercare di fermare un fiume con le mani: per quanto sia intenso lo sforzo, la corrente continuerà a scorrere. Se non si interviene sulle cause – produzione, immissione sul mercato, filiere di recupero – la dispersione dei rifiuti nell’ambiente proseguirà, ripulita un giorno e ripopolata il successivo.
«I dati europei sui sistemi di deposito cauzionale (Deposit Return System, DRS) dimostrano cosa significhi, invece, agire in modo strutturale. Nei Paesi che hanno adottato un DRS il tasso medio di raccolta di imballaggi per bevande raggiunge il 94%, contro appena il 47% nei Paesi che non lo hanno introdotto. La Germania, uno dei casi più virtuosi, arriva addirittura al 98% di plastica e lattine riciclate. L’Unione Europea ha fissato l’obiettivo del 90% di raccolta per bottiglie in plastica e lattine entro il 2029, e anche l’Italia, pur senza ancora un sistema nazionale di deposito cauzionale, ha già raggiunto un tasso di raccolta del 69% a fine 2022 – dice Andrea Nesi, responsabile ambiente di AiCS – Associazione italiana Cultura Sport -. Numeri che parlano chiaro: quando si crea un incentivo economico diretto e si costruisce un sistema organizzato, il comportamento dei cittadini cambia radicalmente. È una pratica vincente, da incentivare e da allargare ad altri ambiti di gestione dei rifiuti.»
«Non tutto, però, funziona con la stessa efficacia. La plastica riciclata fatica oggi a essere reimmessa sul mercato perché deve competere con la plastica vergine a basso costo proveniente dall’estero. Il risultato è un vero paradosso: la plastica vergine costa meno di quella riciclata, mettendo in crisi l’intera filiera del recupero. Per correggere questa distorsione serve un intervento diretto dei governi: penalizzare l’uso della plastica vergine, oppure agevolare con sgravi fiscali consistenti l’impiego della plastica da riciclo, rendendola realmente competitiva sul mercato. Anche amministrazioni pubbliche e imprese dovrebbero essere incentivate a investire in arredi e prodotti in plastica riciclata, ad esempio attraverso un credito d’imposta dedicato», aggiunge Andrea Nesi.
«Nel mondo non mancano soluzioni innovative che puntano a sostituire materiali inquinanti come la plastica monouso con alternative biodegradabili. Ma la tecnologia da sola non basta: resta cruciale la sensibilizzazione delle nuove generazioni. Costruire fin dalla scuola una cultura ambientale solida significa formare i cittadini, i consumatori e i decisori di domani e noi in AiCS lo facciamo soprattutto nelle scuole con i nostri progetti Rifiuthlon, Preventing Plastic Invasion, il Viaggio dei 100 anni ed altro. Se vogliamo immaginare un futuro migliore per l’ambiente, non servirà un numero sempre maggiore di persone che raccolgono i rifiuti altrui, quanto un numero decisamente inferiore di persone che sporcano. Solo unendo innovazione tecnologica, incentivi strutturali, politiche industriali coerenti ed educazione ambientale sarà possibile trasformare la gestione dei rifiuti da emergenza quotidiana a sistema virtuoso e duraturo», conclude Andrea Nesi.










