Santu Srabadoeddu è tornato a Cabras. Circa cinquecento donne questa mattina hanno percorso a piedi nudi e con indosso gli abiti della tradizione cabrarese i sette chilometri che separano il novenario dalla chiesa di Santa Maria Assunta a Cabras, completando il cammino di fede.
Per undici giorni la comunità di Cabras ha vissuto sospesa tra due luoghi: il paese sulla riva dello stagno e San Salvatore. Le case, le strade e la quotidianità da una parte; il novenario, il santuario dall’altra.
Una storia antica che lega la comunità in maniera imprescindibile al suo Salvatore, a is cumbessias. Questa mattina quei due luoghi sono tornati a ricongiungersi.
È l’ultimo viaggio della Festa di San Salvatore 2026, che chiude il percorso iniziato lo scorso 28 agosto, quando furono le stesse donne a lasciare Cabras alle prime ore del mattino per accompagnare la piccola statua del Santissimo Salvatore verso il santuario campestre.
Oggi il cammino si è compiuto nella direzione opposta.
Dopo la Santa Messa celebrata alle 6.30 nella chiesa di San Salvatore, la processione ha lasciato il villaggio e attraversato ancora una volta la campagna del Sinis. Poi l’ingresso nel paese e l’arrivo alla chiesa di Santa Maria Assunta, dove Santu Srabadoeddu resterà custodito fino al prossimo anno.
Sette chilometri che, più che separare Cabras da San Salvatore, raccontano quanto i due luoghi siano parte della stessa comunità.
«Ancora una volta Cabras si è affidata al suo Salvatore, riappropriandosi di quei gesti che custodiscono la memoria della nostra identità. Con il rientro di Santu Srabadoeddu chiudiamo i festeggiamenti, ma la devozione e i sentimenti di unione che hanno caratterizzato questi giorni restano impressi nella nostra mente e nei nostri cuori», ha detto il sindaco Andrea Abis, a conclusione della processione delle scalze.
«Oggi abbiamo compiuto l’ultimo gesto di omaggio a Gesù», ha affermato il parroco mons. Giuseppe Sanna, accogliendo le donne all’interno della Pieve.
La Festa torna a casa
Il ritorno di Santu Srabadoeddu completa una sorta di geografia della Festa che, per undici giorni, ha continuamente e ripetutamente unito Cabras, il villaggio di San Salvatore e il cammino che li unisce.
Su quello stesso percorso si sono mossi protagonisti e simboli della tradizione.
Il 28 agosto le donne avevano aperto i festeggiamenti accompagnando Santu Srabadoeddu verso il villaggio. Sabato 5 settembre circa novecento Curridoris hanno percorso su camminu de su Santu portando il simulacro del Santissimo Salvatore a San Salvatore. Domenica il grande ritorno degli Scalzi verso Cabras. Questa mattina, infine, le donne hanno completato il ciclo riportando indietro la piccola statua che avevano condotto al novenario undici giorni prima.
Andata e ritorno.
È dentro questo movimento continuo tra il paese e il villaggio che la Festa di San Salvatore trova una delle sue caratteristiche più profonde. Il rito non appartiene soltanto a una chiesa, a una giornata o alla Corsa degli Scalzi: occupa per giorni un intero territorio e mette in relazione luoghi, famiglie e generazioni.
La strada diventa così parte stessa della Festa.
È il luogo della fatica e della devozione, delle preghiere, de is Còggius, dei piedi nudi sulla terra, ma soprattutto è il filo che da secoli lega insieme Cabras, San Salvatore e il Sinis.
Le donne, dall’inizio alla fine
A custodire simbolicamente i due estremi della Festa sono ancora una volta le donne.
«Abbiamo compiuto il nostro dovere, con fede e sacrificio. Riportare San Salvatore a Cabras, dopo i giorni del novenario, a conclusione dei festeggiamenti, è per noi un momento di grande appartenenza alla comunità», dichiara Maria Francesca Spanu, presidente dell’associazione Santu Srabadoeddu.











