I dati positivi sull’economia e sull’occupazione sono stati giustamente valorizzati. Ma c’è un’altra parte dei numeri ISTAT sulla quale occorre accendere la stessa attenzione: quella che riguarda prezzi, salari e potere d’acquisto.
Secondo le stime preliminari, a settembre l’inflazione sale al 4,2% su base annua, dal 3,3% di agosto. I prodotti ad alta frequenza d’acquisto, quelli con cui le famiglie fanno i conti ogni giorno, passano dal 4,3% al 5,3%.
«Più occupazione e un’economia che cresce sono buone notizie – dichiara Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna – ma dobbiamo guardare tutto il quadro. La domanda è quanto di questo miglioramento stia arrivando nelle buste paga e nella vita quotidiana delle persone.»
Nel secondo trimestre 2026 le retribuzioni contrattuali del settore privato sono cresciute mediamente del 2,3% rispetto a un anno prima. Intanto, ad agosto, le vendite al dettaglio sono aumentate dello 0,5% in valore ma diminuite dell’1% in volume. «Tradotto: spendiamo più euro e portiamo a casa meno cose. Dobbiamo evitare che i prezzi si riprendano ciò che salari e pensioni stavano faticosamente recuperando».
In Sardegna la questione assume un peso ancora maggiore. Il Rapporto del Centro Studi “Giannetto Lay” della CISL Sardegna documenta che tra il 2008 e il 2023 le retribuzioni reali dei dipendenti privati sardi sono diminuite del 15,2%, contro il 6,2% della media italiana. Nel 2023 la retribuzione media annua era di 17.642 euro nell’Isola, contro 23.630 euro a livello nazionale.
«Il problema sardo non è soltanto quanta inflazione abbiamo, ma con quali salari la affrontiamo. Quando la retribuzione media annua è circa seimila euro più bassa, lo stesso aumento dei prezzi pesa di più», sottolinea Pier Luigi Ledda. A incidere sono anche energia e mobilità: a settembre i beni energetici registrano un aumento del 22,3% e nelle aree interne spostarsi è spesso una necessità per lavorare, studiare, curarsi e accedere ai servizi.
Per la CISL diventa quindi decisivo accelerare sui rinnovi contrattuali. A fine giugno erano ancora 25 i contratti collettivi nazionali in attesa di rinnovo, per circa 3,9 milioni di dipendenti, con un’attesa media di 17,9 mesi per chi aveva il contratto scaduto.









