Nuoro, l’Atene della Sardegna, vanta una preziosa e straordinaria tradizione letteraria al femminile che si identifica in Grazia Deledda, finora unica donna italiana ad aver conseguito, nel 1926, il Premio Nobel per la letteratura.
La Deledda, con romanzi di potenzialità e profonda sensibilità lirica ha descritto il cuore identitario e l’anima della Sardegna, e in gioventù si era cimentata nella scrittura di entusiasmanti poesie, disvelate e documentate nella pubblicazione “Racconti e versi ritrovati” (Edizioni Il Maestrale, 2025) a cura del filologo nuorese Giancarlo Porcu.
Una poetica che prosegue, con autrici legate al territorio e forza visionaria, nell’impegno e coltivo della poesia in limba. La poesia al femminile si sviluppa in voce di sensibilità e nel senso distintivo di un paesaggio emotivo e culturale di intima umanità che trova relazione nel vivere la quotidianità; una scrittura lirica elevata dall’animo umano a testimonianza di vita e di realtà storica-sociale.
L’occasione per proporre all’attenzione una poetessa nuorese è la raccolta Tempus e Mascaras di Eugenia Giordano Ceccarelli (Nuoro 30.01.1904 – 21.03.1988), preziosi e rari componimenti pubblicati in volume oltre vent’anni fa a cura del figlio Giuseppe.
Eugenia, Zenia per familiari e amici, figlia di Giuseppe Giordano e di Giovannangela Bitta, visse nel rione “Santu Predu” e frequentò con distinzione e profitto le scuole elementari fino al conseguimento della “sesta”. Nonostante i solleciti della sua maestra, i genitori contadini e proprietari di una vigna e oliveto, gli impedirono il proseguo degli studi ed avviata, come la quasi totalità delle giovani del primo Novecento, alla pratica delle faccende domestiche e ai lavori di campagna. Zenia, fin da bambina evidenziò rare qualità poetiche con l’improvvisazione di mutetos e mutos dispregiativi, rivolti soprattutto alle compagne di scuola e vendicarsi così di eventuali screzi o torti subìti.
A trent’anni convolò a nozze con Raffaele Ceccarelli, apprezzato falegname di origini toscane, ed ebbero quattro figli maschi (Ernesto, Giuseppe, Vincenzo e Graziano).
A pochi è nota per le sue doti poetiche ma ricordata “da tutti per la sua ospitalità e per la sua disponibilità, per la simpatia che riversava verso il prossimo, oltre che per l’ammirevole devozione, in modo particolare nei confronti della Madonna”.
La silloge è un’opera dinamica che tende a rappresentare, con maturità ed esperienze di vita, le virtù, i vizi e l’umanità della comunità nuorese e dello storico rione di “Santu Predu”: anima nobile cittadina, memoria e culla dell’identità culturale-intellettuale.
Le composizioni, scritte tra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta, sono uno spaccato sociale e di memoria che – come evidenziato nella presentazione dall’Arcivescovo Ottorino Pietro Alberti – permette «di scoprire una donna che può essere annoverata tra gli altri “poeti nuoresi”, la cui voce merita di restare nella storia poetica cittadina».
L’importante recupero testuale e la pubblicazione, che si deve all’iniziativa del figlio Giuseppe, esalta il già ricco patrimonio di poesie in limbazu nugoresu e rivela una caratterizzante poetica di fede, attraverso un linguaggio manifesto ed esplorativo dei limiti umani e l’intuizione di un possibile ponte tra il visibile e l’invisibile.
La poetessa, in due profonde sezioni liriche di varietà argomentali, ha sensibilità e attenzione d’animo per cogliere ispirazione da fatti storici e circostanze personali; temi interiorizzati e chiave di lettura esistenziale ed emotiva di conoscenza che, con sapiente abilità, trasforma in alchemici versi in cui interpreta i simboli del destino umano.
Lo stesso titolo “Tempus e Mascaras”, offre una chiave interpretativa della silloge che indaga sul mutare dell’esistenza e sul senso cui ogni essere umano affronta la vita: in bilico tra l’inesorabile scorrere del tempo, segnato da memorie e attese, e dalla dimensione identità-maschera come artificio di difesa alle fragilità e ai ruoli che la vita impone.
Altro elemento interpretativo della poetica di Eugenia Giordano Ceccarelli è l’evidente sintesi tra impegno civile e lucidità critica nei componimenti dedicati alla complessa realtà barbaricina del banditismo e della “balentia”; i sentimenti e idealità, dettati in coraggiosi versi di denuncia, diventano faro etico e resiliente sfida-speranza a quanti operano in disumanità “semenande terrore e violentzia”.
Alcune composizioni a carattere religioso di Eugenia Giordano Ceccarelli risultano pubblicate, negli anni Sessanta, nel settimanale diocesano nuorese L’Ortobene.
A impreziosire il volume di trentotto poesie una nota critica di Giovanni Maria Cherchi, diversi dipinti e la copertina di Ernesto Ceccarelli (Su Seranu, olio), foto storiche, le opere pittoriche di Norter, Aldjemian, Giovanni Costa (esponente della pittura romana dell’Ottocento), Mario Spanu e il ritratto a olio di Eugenia Giordano Ceccarelli, realizzato dall’artista sassarese Liliana Cano.
Cristoforo Puddu











