Otto persone morte sul lavoro in Sardegna nei primi sei mesi dell’anno. Erano sette nello stesso periodo del 2025. L’incidenza è di 13,4 vittime per milione di occupati, inferiore alla media nazionale di 14,5, e colloca l’Isola in zona gialla nella classificazione dell’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering.
«Essere sotto la media nazionale non ci consola – afferma Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna -. Otto persone sono andate al lavoro e non sono tornate a casa. Una in più rispetto allo scorso anno. La sicurezza non è una classifica tra regioni: dietro ogni numero ci sono una persona, una famiglia, una comunità.»
In Italia, nello stesso periodo, le vittime sono state 482, il 4% in meno rispetto al 2025: 350 in occasione di lavoro e 132 in itinere. Ma c’è un altro dato che va nella direzione opposta: le denunce di infortunio sono salite a 315.452, +5,5%. E il rischio per i lavoratori stranieri resta oltre tre volte quello degli italiani: 37,1 morti per milione di occupati contro 11,8.
Per la CISL questi numeri vanno letti anche dentro la sfida dello sviluppo dell’Isola.
«Vogliamo una Sardegna con più lavoro, più industria, più infrastrutture e più cantieri – prosegue Pier Luigi Ledda -. Ma non possiamo accettare che la crescita presenti il conto in vite umane. Più occupazione deve significare anche più sicurezza. Un’opera fatta bene non è soltanto quella conclusa nei tempi: è quella in cui chi ci ha lavorato torna a casa ogni sera.»
In queste settimane c’è poi il tema del troppo caldo. Non è più soltanto un disagio estivo: per chi lavora all’aperto, nei cantieri, nelle campagne, nelle manutenzioni e in altre attività esposte, le temperature estreme sono un rischio da prevenire.
«Quando il caldo mette a rischio la salute bisogna cambiare orari, turni e organizzazione e, quando serve, fermarsi. Nessuna scadenza vale la salute di una persona. Anche il clima sta cambiando il lavoro e dobbiamo cambiare il modo di proteggerlo», sottolinea il segretario generale della CISL Sardegna.
Per la CISL Sardegna è quindi arrivato il momento di far vivere fino in fondo il Patto di Buggerru.
Il Patto, sottoscritto nel settembre 2024 dalla Regione con CGIL, CISL e UIL, dispone oggi di 5 milioni di euro all’anno per il triennio 2026-2028. E il 24 giugno scorso la Giunta ha istituito presso la Presidenza della Regione l’Osservatorio per la qualità, la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro in Sardegna, organismo strutturale e paritetico previsto proprio dal Protocollo.
«Questo è il punto. Abbiamo il Patto, abbiamo le risorse e abbiamo istituito l’Osservatorio. Adesso bisogna partire. Non serve scrivere un altro documento: servono azioni nei luoghi di lavoro.»
L’Osservatorio dovrà programmare, monitorare e indirizzare le attività del Patto, pianificare l’utilizzo delle risorse e seguire i rischi nei settori maggiormente esposti. Il Protocollo prevede inoltre un sistema integrato di scambio delle informazioni tra Ispettorati del lavoro, SPRESAL, INAIL, INPS e organizzazioni sindacali.
Ed è proprio su questo che la CISL chiede di accelerare.
«Abbiamo molti dati, ma troppo spesso li utilizziamo quando l’incidente è già avvenuto. Dobbiamo rovesciare il metodo: capire prima dove il rischio sta aumentando e portare lì controlli, formazione e prevenzione. L’Osservatorio deve servire soprattutto a questo. Il Patto di Buggerru – conclude Pier Luigi Ledda – può diventare uno degli strumenti più importanti per accompagnare la nuova stagione di sviluppo della Sardegna. Ma ora deve camminare. La misura del suo successo non saranno le riunioni che faremo o le risorse che spenderemo. Saranno gli incidenti che riusciremo a evitare. Perché tornare a casa dal lavoro non può dipendere dalla fortuna. È un diritto.»









