A quattro anni dalla riforma costituzionale che impone alla Repubblica di rimuovere gli svantaggi dell’insularità, il principio resta senza applicazione concreta. Lo dimostrano non solo le vicende del trasporto marittimo ma anche i numeri sul Fondo di Finanziamento Ordinario degli atenei. Esso continua ad applicare un coefficiente fermo al 2011, mai aggiornato dopo la modifica dell’articolo 119 della costituzione, e i bandi Pnrr per l’edilizia universitaria destinano alla Sardegna appena 2,8 milioni di euro, contro i 96 assegnati al Lazio.
«Già nel 2019 la Corte costituzionale aveva riconosciuto che la condizione di insularità per la Sardegna non poteva restare fuori dal calcolo delle risorse statali – dichiara Michele Cossa -. Nel 2024, chiamata a specificare cosa significhi in concreto quel principio, la stessa Corte ha preferito farisaicamente dichiarare inammissibili le questioni sollevate dalla Regione evitando così di prendere posizione. Il risultato, come mostra un recente studio del professor Gaetano Armao, è un diritto costituzionale che esiste sulla carta, ma senza che nessuno si senza vincolato ad applicarlo».
«Un vuoto – sottolinea Michele Cossa -, che si ripete nella spesa sanitaria pro capite, più alta nei territori insulari secondo l’Ocse, e nei proventi delle aste europee sulle emissioni marittime, che le rotte sarde contribuiscono in modo significativo a generare senza beneficiarne se non è piccolissima parte.»
«Il caso dell’università è però il più immediato da correggere – spiega Michele Cossa -. Non serve una nuova legge: basterebbe che il ministero aggiornasse l’algoritmo, dando peso reale alla Costituzione. Il TAR Lazio ha del resto chiarito che i criteri di riparto sono sindacabili in sede giurisdizionale quando irragionevoli o discriminatori. I criteri di riparto non possono restare affidati solo ad algoritmi tecnici, ma tornare a essere una scelta politica, capace di invertire vent’anni di marginalizzazione delle sei università insulari italiane».
«Gli atenei sardi scalano le classifiche e attirano più studenti stranieri che mai pur restando sottofinanziati – conclude Michele Cossa -: la prova che l’insularità non è un limite di merito, ma di risorse».








