In Sardegna il Primo Maggio non è una semplice ricorrenza. È il giorno in cui si misura la distanza tra il lavoro che dovrebbe garantire dignità e quello che oggi, troppo spesso, non riesce nemmeno a garantire una vita dignitosa.
I dati raccontano una realtà che non può essere ignorata, il tasso di occupazione si ferma al 58,2%, oltre quattro punti sotto la media nazionale. La disoccupazione cresce fino al 9,5%, mentre tra i giovani lavora appena il 34,9%. Ma il dato più preoccupante riguarda la qualità del lavoro, meno del 9% dei nuovi contratti è a tempo indeterminato, mentre oltre il 90% è precario o a termine.
Questo significa una cosa sola, in Sardegna il lavoro c’è, ma troppo spesso è instabile, povero e senza prospettiva. È la realtà dei servizi, del turismo, dei call center, dove il part-time involontario e i salari bassi impediscono a migliaia di lavoratori di vivere dignitosamente.
È il mondo dei riders e dei nuovi lavori, dove le tutele sono ancora insufficienti.
È il fenomeno dei lavoratori “fantasma”, presenti nei numeri ma non nei diritti.
Il significato più forte del Primo Maggio in Sardegna è legato ai giovani. Oltre 12.600 ragazze e ragazzi tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Isola negli ultimi anni, con quasi 1.000 partenze solo nell’ultimo anno.
La maggior parte lo fa non per una scelta ma per una necessità. Chi resta spesso lo fa in condizioni di precarietà, senza certezze e senza possibilità di costruire un futuro.
E così il lavoro diventa la prima causa dello spopolamento.
Il Primo Maggio è anche il giorno delle vertenze aperte.
Dal Sulcis al polo di Porto Torres a Bekaert e tanto altro, il sistema industriale continua a vivere una fase di incertezza, tra crisi irrisolte e ritardi nelle scelte strategiche. Ma le difficoltà riguardano anche agricoltura e pesca, settori fondamentali per l’economia sarda, segnati da redditi incerti, aumento dei costi e scarsa tutela lungo le filiere. In questi ambiti cresce il contributo dei lavoratori stranieri, spesso indispensabili ma troppo frequentemente esposti a precarietà e sfruttamento.
Un altro nodo centrale è quello degli appalti.
In Sardegna si registrano ogni anno migliaia di gare pubbliche con ribassi medi elevati, spesso superiori al 17%.
Quando il criterio dominante è il massimo ribasso, il risultato è evidente: si comprimono salari, si riducono diritti e si abbassa il livello di sicurezza. Il ricorso ai subappalti, spesso a cascata, amplifica queste criticità.
Per la UIL è necessario affermare un principio chiaro, il lavoro non può essere una variabile di costo.
Il Primo Maggio in Sardegna rappresenta anche il legame tra lavoro e diritti sociali.
La sanità vive una fase critica liste d’attesa lunghe, carenza di personale, servizi territoriali ancora insufficienti. Nelle aree interne, curarsi è sempre più difficile.
A pagare il prezzo più alto sono spesso gli anziani, in una regione che invecchia e si spopola. Senza servizi e senza welfare, anche il lavoro perde valore e sicurezza.
Serve un cambio di passo.
Per la UIL Sardegna il Primo Maggio deve essere una giornata di verità, ma anche di proposta.
Servono scelte concrete e immediate: contrastare il lavoro povero e aumentare i salari;
superare il part-time involontario e la precarietà; garantire diritti nei nuovi lavori;
fermare il dumping negli appalti e limitare i subappalti; rilanciare industria, agricoltura e pesca; investire su sanità e servizi; utilizzare pienamente le risorse del PNRR.
La Sardegna ha grandi potenzialità, anche grazie a opportunità come l’Einstein Telescope, opportunità che non vanno sprecate. Ma senza lavoro stabile e dignitoso, non c’è sviluppo.
Il Primo Maggio in Sardegna non è solo celebrazione. È una richiesta di dignità, lavoro vero e futuro.
Perché lavorare deve significare vivere. Perché i giovani devono poter restare. Perché la dignità del lavoro non è negoziabile.
Fulvia Murru
Segretaria generale UIL Sardegna










