A Domus de Maria, davanti alla convention di Confartigianato dedicata al caro-energia delle piccole e medie imprese sarde, il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha rilanciato ancora una volta il nucleare come risposta ai costi energetici che stanno mettendo in ginocchio le PMI. Il Ministro ha annunciato che il Senato avrebbe approvato in via definitiva la legge delega sul nucleare, con l’obiettivo di dotare l’Italia di una prima centrale entro il 2035. Non è un episodio isolato: da mesi Pichetto Fratin ripete lo stesso schema narrativo che parte da un dato oggettivo – la difficoltà delle imprese a sostenere i costi dell’energia – per chiudere presentando il nucleare come soluzione strutturale.
Non è un caso che proprio in Sardegna il Ministro abbia scelto di tenere uno dei suoi interventi più espliciti sul tema: a fine giugno, a margine del convegno organizzato da SARAS a Cagliari sulla sicurezza energetica del Paese, ha dichiarato che le rinnovabili da sole non basteranno a coprire il fabbisogno futuro, stimando in circa cento miliardi di kilowattora la crescita della domanda elettrica attesa nei prossimi dieci-quindici anni, e affermando che “non possiamo lastricare l’Italia di pale e pannelli”. Un’uscita che suona particolarmente stonata nella nostra regione, dove decine di progetti rinnovabili autorizzabili restano bloccati e il vero problema non è lo spazio per la collocazione degli impianti, ma la volontà politica di gestirne la relazione coi territori.
A giugno il Ministro ha parlato di un nucleare pensato non come alternativa alle rinnovabili, ma come loro complemento a basse emissioni, capace di stabilizzare i costi e abbassare le bollette, arrivando a ipotizzare che l’atomo possa coprire fino al 22% della domanda elettrica italiana al 2050. Più di recente, a Torino, ha delineato un cronoprogramma serrato: decreti attuativi pronti entro Natale, gestione delle scorie, una nuova Agenzia nazionale e un referendum tra il 2028 e il 2029, puntando su reattori modulari di piccola taglia (SMR) da circa 300 megawatt grandi quanto un container (di cui ancora non esistono impianti commerciali operativi nel mondo occidentale). Sui costi prefigura uno scenario in cui l’energia nucleare potrebbe scendere sotto i 100 dollari al megawattora, pur ammettendo che, trattandosi di tecnologie ancora in via di sviluppo, le stesse stime saranno soggette a revisioni.
Però, stando ai dati di Lazard aggiornati al 2026, il costo livellato dell’energia nucleare supera in media i 215 dollari al megawattora, più del triplo del fotovoltaico o dell’eolico a terra che costano circa 70 dollari al megawattora. E le proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia al 2030 e al 2050 confermano il divario: il nucleare non recupera terreno nel tempo, i costi delle rinnovabili, invece, continueranno a scendere.
Legambiente ribadisce quanto già affermato in audizione parlamentare sul disegno di legge quadro: non esistono oggi dati che possano confermare la sostenibilità economica del nucleare, nemmeno nella versione degli Small Modular Reactor. Il progetto americano NuScale è stato stimato intorno ai 250 dollari al megawattora, in Argentina il progetto SMR Carem25 è stato abbandonato nel 2024 per un aumento dei costi del 600%, l’SMR cinese è costato il 200% in più del previsto, arrivando con 16 anni di ritardo, e i due reattori galleggianti russi hanno sforato i costi preventivati del 300%. Numeri che smentiscono l’ottimismo ministeriale sui costi decrescenti di questa tecnologia.
Sul piano ambientale, anche la narrazione del nucleare come fonte “pulita” dev’essere nettamente rivista: non è corretto presentarlo come tecnologia a basse emissioni e l’IPCC lo colloca al sesto posto tra le tecnologie utili a quella decarbonizzazione che la crisi climatica segnala come sempre più urgente.
E il fattore tempo è fondamentale anche per l’economia della Sardegna, perché un’impresa sarda che oggi paga bollette insostenibili non riceverà nessun sollievo da una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, sarà disponibile tra vent’anni (come affermano gli stessi sviluppatori, i primi prototipi non commerciali potranno essere realizzati entro il 2039, ed ENEA stima in 5-10 anni il tempo necessario per rendere la tecnologia installabile). Puntare sui piccoli reattori non riduce l’impatto ambientale né aumenta la flessibilità. Anzi, costellare l’Italia di tante piccole centrali nucleari vuol dire meno investimenti nella tecnologia per la sicurezza con più rischio per tutti.
Nel frattempo sarà necessario sciogliere il nodo, mai risolto, relativo al deposito delle scorie, visto che attualmente l’Italia paga lo stoccaggio in siti francesi per quelle del suo passato nucleare e fa fatica anche a individuare il sito nazionale per i rifiuti radioattivi a bassa e media attività prodotti tuttora; la Carta Nazionale delle Aree Idonee al Deposito contempla 8 aree sarde, e sulla possibilità che il sito venga definitivamente collocato in Sardegna l’intero Consiglio regionale si è già schierato con un “no” compatto, ribadendo la posizione espressa nel 2003 che identifica per legge la Sardegna come “territorio denuclearizzato” precluso al transito e alla presenza, anche transitoria, di materiali nucleari.
«Mentre l’Autorità di regolazione avvia il superamento del prezzo unico nazionale a favore dei prezzi zonali che premieranno i territori più ricchi di rinnovabili come può essere la nostra Isola – afferma Giorgio Querzoli, responsabile scientifico di Legambiente Sardegna – la Regione insiste su un piano di metanizzazione che ci legherà per decenni al gas importato mentre il Ministero propone di puntare sull’uranio, una materia prima che l’Italia non estrae né lavora, in un mercato internazionale già sufficientemente teso. Pensare di risolvere con il nucleare il problema del costo dell’energia è come proporre il teletrasporto per risolvere il problema delle obsolete ferrovie della Sardegna…»
«Il Ministro parla di un futuro nucleare che si presenta lontano e antieconomico – spiega Marta Battaglia, presidente dell’Associazione – quando gli impianti eolici e fotovoltaici si offrono come soluzione già pronta e in grado di abbattere subito le emissioni e i costi per le imprese sarde. Orientare le risorse pubbliche, l’azione politica e l’attenzione mediatica su una tecnologia dai costi imprevedibili e dall’orizzonte ultraventennale, invece che su tempi di autorizzazione più rapidi per gli impianti FER, su reti e interconnessioni potenziate e su incentivi mirati per le rinnovabili, significa deviare colpevolmente dall’unica strada che può davvero consentirci di abbassare le bollette entro la fine di questo decennio.»
Molte guerre sono state combattute, e altre lo sono in questi giorni per l’accaparramento delle materie prime e delle risorse energetiche. Legarsi all’uranio, o al gas con un obsoleto metanodotto, non fa che riproporre questi scenari. Invece il sole e il vento, che costano un terzo, sono disponibili per tutti e mai nessuna guerra sarà combattuta per possederli; per questo Legambiente ha da tempo adottato lo slogan: più rinnovabili più pace. E la Sardegna deve essere una terra di pace.










