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I dati del nuovo report di Legambiente “Italia in Fumo” e le 14 proposte indirizzate al Governo

14 Settembre 2026
in Ambiente
Reading Time: 9 mins read
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In Italia nei primi cinque mesi del 2023 + 135% degli eventi climatici estremi rispetto a quelli del 2022

In Italia crisi climatica e aumento delle temperature allungano la stagione critica degli incendi. Dal nord al Sud della Penisola i roghi non si limitano solo ai mesi estivi, ma divampano con maggior frequenza anche in primavera e inverno, prima ancora che inizi la stagione dell’Antincendio Boschivo (AIB) che a livello nazionale va dal 15 giugno al 15 ottobre 2026. La conferma arriva dal nuovo report di Legambiente “Italia in fumo 2026”, diffuso oggi nel giorno di picco di caldo record, e che fa un’analisi dei primi mesi del 2026 e un bilancio del 2025 indirizzando 14 proposte al Governo. Nella Penisola da inizio anno al 15 giugno 2026, in quelli che dovrebbero essere i mesi a bassa intensità e antecedenti all’avvio della stagione antincendio boschivo, sono ben 469 i roghi registrati segnando un aumento del 36,3% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (344 i roghi ad inizio 2025) e 9.545 gli ettari andati in fumo pari a 13.368 campi da calcio. Dati che Legambiente ha messo insieme analizzando e rielaborando i dati EFFIS (European Forest Fire Information System) e che già indicano un primo importante campanello d’allarme. Di questo passo a fine anno si potrebbe arrivare a superare il triste primato del 2025, un annus horribilis, che ha visto bruciare in tutto in Italia 96.517 ettari, quasi il doppio del 2024.
All’allungamento della stagione degli incendi, si affianca anche una nuova geografia dei roghi. Regioni che fino a qualche anno fa non erano ad alto rischio, nei mesi antecedenti alla stagione AIB, oggi lo sono sempre di più: stando al report di Legambiente, tra quelle del nord spicca il Piemonte che nei primi mesi del 2026 (dal 1° gennaio al 15 giugno) ha visto andare in fumo 355 ettari contro i 23 dei primi mesi del 2025 e la Liguria con 386 ettari bruciati e 10 roghi contro i 97 ettari dello scorso anno. Al centro preoccupa in particolare la situazione della Toscana che solo nel mese di maggio ha visto bruciate in provincia di Lucca ben 623 ettari, mentre nel Lazio le fiamme hanno divorato nei primi mesi del 2026 (fino al 15 giugno) ben 131 ettari con 11 roghi, in Abruzzo (21 ettari e 1 rogo), Umbria (24 ettari e 2 roghi). Al sud, Sicilia (4.769 ettari bruciati e 175 roghi) e Calabria (1.543 ettari e 156 roghi), si confermano le regioni più colpite prima della stagione AIB, seguite da Campania (715 ettari e 42 roghi), Puglia (367 ettari e 30 roghi), Sardegna (270 ettari bruciati e 8 roghi), Basilicata (25 ettari e 5 roghi). La Sicilia per altro detiene il tristo primato di ettari andati in fumo, ben 1.800, in siti della rete natura 2000, seguita da Toscana, Campania, Calabria tutte e tre con 800 ettari bruciati in aree di pregio naturalistico.
A livello provinciale, in questi primi mesi del 2026 antecedenti alla stagione AIB, tra le province più colpite dagli incendi troviamo territori non tradizionalmente associati ai grandi incendi nella prima metà dell’anno. Tra queste spiccano anche Imperia (227 ettari andati in fumo), Torino (185) e Vercelli (158). Al sud si confermano salde diverse province di Sicilia e Calabria. In particolare, Agrigento si attesta come la provincia più colpita con 1.677 ettari andati in fumo, seguita da Trapani con 1.618 e da Reggio Calabria con 834.
Novità, l’indice di recidività: Altro campanello d’allarme, riguarda anche la persistenza e la concentrazione sistematica dei roghi negli stessi luoghi che Legambiente ha misurato per la prima volta con l’Indice di recidività comunale, novità del report di quest’anno. Dieci i comuni dove si sono registrati il maggior numero di incendi sempre prima della stagione AIB, dal 1° gennaio al 15 giugno 2026, tutti si trovano in Sicilia e Calabria. Quelli che registrano un numero di roghi che oscilla tra i dieci e gli oltre venti focolai sono: Montalbano Elicona (ME); Reggio di Calabria (RC) e Papasidero (CS).
Appello di Legambiente e proposte. Un quadro, in sintesi, preoccupante a cui Legambiente affianca 14 proposte che indirizza oggi al Governo indicando quelle aree di intervento su cui occorre lavorare al più presto per superare anche le attuali fragilità gestionali e le vulnerabilità territoriali, quest’ultime legate a crisi climatica, abbandono delle aree rurali interne e montane e insufficienza delle politiche pubbliche di prevenzione. In particolare l’associazione ambientalista chiede, in primis, che si anticipi la stagione dell’Antincendio Boschivo almeno al 15 maggio, oltre a garantire la piena applicazione della legge quadro sugli incendi boschivi 353/2000, (poi aggiornata nel 2021), prevedere monitoraggi capillari e un efficace sostegno ai comuni per l’aggiornamento del catasto delle aree percorse dal fuoco per rendere efficaci le limitazioni ed i vincoli previsti dalle norme, insieme a un coordinamento più forte della protezione civile nazionale, dati aggiornati e informazioni trasparenti sui costi annui della lotta AIB. È inoltre importante che l’Italia si doti un sistema nazionale trasparente e di facile consultazione, equivalente all’Europeo EFFIS/Copernicus, che fornisca informazioni utili sulle aree percorse dal fuoco, sui costi dei danni e sulle spese affrontate per lo spegnimento e la prevenzione. Sul fronte aree protette, occorre rafforzare le sanzioni penali e di aggiornare le linee guida per i Piani AIB delle aree protette nazionali.
Ritardi dell’Italia: Ad oggi la Penisola, denuncia Legambiente, sconta un grave deficit di pianificazione forestale: appena il 21% della superficie boscata è sottoposto a pianificazione forestale, persiste una forte frammentazione tra i diversi livelli di pianificazione ed è scarsa l'integrazione dei piani AIB con quelli di adattamento climatico e, in generale, con le pianificazioni urbanistiche per ridurre i rischi specifici nelle zone di interfaccia urbano-rurale. Sul fronte normativo, l’Italia paga anche lo scotto della diffusa inapplicazione della legge quadro sugli incendi boschivi la L. 353/2000, che tra le norme, oggi disattese, prevede di dotarsi di un catasto delle aree percorse dal fuoco e di dati e informazioni trasparenti.
«La prevenzione – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – rappresenta l’unica vera difesa efficace contro gli incendi boschivi insieme alla cura del bosco e al contrasto all’abbandono colturale e gestionale delle campagne. Punto fondamentale della lotta agli incendi boschivi, rimane la piena applicazione della legge 353/2000 a partire dal rispetto dell’obbligo dei comuni di realizzare il catasto delle aree percorse dal fuoco e applicare i limiti ed i divieti previsti dalle norme vigenti. Per questo serve un aiuto concreto per i comuni, a partire dai piccoli e piccolissimi, per adempiere a quanto previsto e servono, inoltre, investimenti strutturali ricordando che ricerca scientifica e innovazione tecnologica sono alleati preziosi per elaborare modelli di rischio avanzati, così come è importante potenziare i presidi dello Stato e le forze d’intervento a terra e inasprire le pene previste dall’articolo 423-bis del Codice penale estendendole a qualunque incendio di vegetazione, non solo a boschi e pascoli, e va aggravata la fattispecie colposa per consentire l’arresto in flagranza, oggi non obbligatorio.»
«In Italia – commenta Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente – gli incendi boschivi non possono più essere letti come episodi straordinari, concentrati in poche settimane estive, ma come la manifestazione ricorrente di una fragilità territoriale ormai strutturale che interessa quasi tutte le aree del Paese per lunghi periodi dell’anno. Per fronteggiarli serve una risposta prima di tutto territoriale e preventiva che punti sulla pianificazione integrata e la riduzione dei rischi alimentati dalla crisi climatica. Ormai è evidente come il fuoco sia un fenomeno ciclico e prevedibile che si alimenta delle debolezze della gestione locale. Per questo è fondamentale anticipare la stagione di alto rischio almeno al 15 maggio anziché all’attuale 15 giugno, implementare una prevenzione mirata e sartoriale, capace di disinnescare le potenziali cause climatiche e territoriali anziché limitarsi a inseguire l’emergenza dopo l’innesco. Occorre passare dalla logica del soccorso a quella della cura: cura dei boschi, delle aree interne, del mosaico agroforestale, della legalità ambientale e della capacità delle istituzioni di pianificare, prevenire e adattare i territori a una crisi che è pienamente in corso.»
Bilancio 2025. in Italia nel 2025 il fuoco ha percorso 96.517 ettari di territorio pari a 135.178 campi da calcio, quasi il doppio rispetto ai 50.525 ettari registrati nel 2024. Gli incendi hanno interessato 637 comuni, 16 regioni e la provincia di Bolzano, mentre Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto e la provincia di Trento non hanno subito roghi. Il Mezzogiorno è la macroregione più colpita sia per numero, sia per intensità degli eventi: l’87% delle aree percorse dal fuoco, pari a 83.993 ettari sono concentrate in Sicilia, Calabria, Puglia, Campania Basilicata e Sardegna. In Sicilia i danni sono stati circa il triplo dell’anno precedente (50.690 nel 2025, 17.547 nel 2024), mentre in Basilicata (4.612 nel 2025, 1962 nel 2024) e in Abruzzo (764 nel 2025, 263 nel 2024) la superficie percorsa dal fuoco ha ampiamente superato il doppio dei valori del 2024.
Dei 637 comuni, 20 hanno registrato oltre 1.000 ettari di territorio percorso dal fuoco, di cui ben 16 situati in Sicilia. Oltre la metà delle superfici percorse dal fuoco nel 2025 si colloca nei piccolissimi comuni, e l’82% delle amministrazioni interessate ha una popolazione inferiore ai 15.000 abitanti. Un ulteriore dato di rilievo riguarda invece 243 comuni (il 38,1% del totale delle amministrazioni colpite) situati all’interno di aree naturali protette nazionali o regionali che hanno subito incendi. Sono 78 i comuni coinvolti appartenenti a 11 Parchi nazionali. Tra le situazioni più critiche si segnalano il Parco del Pollino con 19 comuni interessati, il Cilento con 16 e l’Aspromonte con 15.
Buone pratiche: Legambiente nel report porta anche in primo piano le buone pratiche messe in campo in questi anni in Italia. Dal centro di addestramento sull’antincendio boschivo (AIB) della Regione Toscana, nato nel 1991 nel comune di Chiusdino (SI), e riconosciuto in tutta Europa come un’eccellenza alla campagna Hot-spot del CUFAA (Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari Carabinieri) che per il 2026 prevede un articolato dispositivo di prevenzione, controllo del territorio e contrasto agli incendi, finalizzato alla tutela del patrimonio forestale nazionale, della biodiversità e delle aree protette. Dal progetto interdisciplinare FIRE-RES per la gestione degli incendi boschivi per sistemi territoriali più resilienti al clima, che sta progettando e collaudando soluzioni per rafforzare la resilienza dell’UE contro gli incendi boschivi estremi attraverso una preparazione, un monitoraggio e una risposta migliori al monitoraggio geospaziale e prevenzione incendi nel Parco Nazionale del Vesuvio. Qui si utilizza un’applicazione che raccoglie in un unico archivio georeferenziato i confini del parco, i vincoli ambientali, i dati sul rischio di frane e alluvioni, la rete dei sentieri e la copertura boschiva, integrando la cartografia dell’Istituto Geografico Militare, i dati di OpenStreetMap e il monitoraggio da immagini satellitari.
Utilizzabile tramite smartphone e tablet dal Reparto Carabinieri Parco e dai Reparti Carabinieri Forestali in pattugliamento, il sistema garantisce la piena operatività offline nelle aree montuose prive di segnale.
Approfondimento Sardegna
“Italia in fumo” 2026: Sardegna unica regione del Sud in controtendenza nel 2025 e primo semestre 2026. Il rapporto di Legambiente premia il catasto incendi regionale e l’efficacia della gestione degli eventi. Primato nazionale nei controlli e negli arresti per reati incendiari.
Preoccupano i dati del secondo semestre e Legambiente chiede più prevenzione, cura del territorio, e misure concrete di adattamento climatico.
Nel rapporto “L’Italia in fumo” 2026 di Legambiente, che fotografa la situazione nel 2025 e nel primo semestre dell’anno in corso, la Sardegna emerge come un caso significativamente diverso rispetto alle altre regioni del Mezzogiorno, con segnali di miglioramento strutturale che il rapporto indica come esempio da seguire.
La Sardegna risulta innanzitutto virtuosa sul piano amministrativo: il sistema regionale del catasto delle aree percorse dal fuoco – pubblicato in formato digitale, consultabile anno per anno e collegato ai geoportali regionali – viene indicato nel rapporto come il modello di riferimento per il resto d’Italia, dove invece il catasto viene aggiornato in modo discontinuo e con scarsa trasparenza.
Dal punto di vista degli incendi, nel 2025 la superficie bruciata in Sardegna è stata di 3.682 ettari, in calo del 33% rispetto ai 5.523 ettari del 2024. Il numero di eventi è invece aumentato da 41 a 65, ma la superficie media per evento si è ridotta notevolmente.
Insieme al Lazio, la nostra regione è stata la sola in controtendenza rispetto alla tendenza nazionale, che ha visto le superfici quasi raddoppiare negli ultimi due anni monitorati (da 50.525 a 96.517 ettari complessivi). Nel complesso, i numeri della regione disegnano un quadro in cui, a causa dei cambiamenti climatici, il rischio legato agli incendi non è diminuito (il numero di incendi è infatti aumentato), ma la gestione degli eventi è stata efficace (la superficie bruciata è diminuita).
A livello provinciale, sempre con riferimento al 2025, Nuoro è l'unica provincia sarda presente nella lista delle province con almeno 1.000 ettari bruciati (1.027 ha), collocandosi all’ultimo posto di tale classifica dominata da province siciliane e calabresi.
Anche sui siti della Rete Natura 2000, l’anno scorso la Sardegna ha registrato un impatto contenuto: 954 ettari bruciati nel 2025, il sesto valore regionale, molto lontano da Sicilia (11.652 ha), Puglia (5.007 ha), Campania (3.230 ha), Calabria (2.831 ha) e Lazio (2.780 ha).

Per quanto riguarda le illegalità legate agli incendi, il focus sulle “ecomafie” restituisce, sulla Sardegna, un profilo opposto rispetto alle regioni meridionali più critiche. Nel 2025 la regione ha effettuato il maggior numero di controlli in assoluto a livello nazionale: 21.409, contro i 12.157 della Puglia e i 10.909 della Calabria. Con 53 denunce e 6 arresti – il valore più alto d’Italia – la Sardegna evidenzia una capacità di contrasto ai reati incendiari nettamente superiore rispetto alle regioni più colpite: in Sicilia, nonostante 654 incendi, gli arresti sono stati zero; in Calabria, su 603 incendi, uno solo. I 29 sequestri penali effettuati in Sardegna rappresentano il dato più elevato a livello nazionale.
Nel primo semestre del 2026, la Sardegna ha confermato un andamento positivo con soli 270 ettari bruciati contro i 777 dello stesso periodo del 2025 e lo stesso numero di eventi (8). L’isola è tra le tre sole regioni – con Sicilia e Puglia – che hanno registrato una diminuzione delle superfici. Nel resto del paese il quadro è risultato, nello stesso periodo, in netto incremento; ad esempio, la Toscana è passata da 0 a 660 ettari, il Piemonte da 23 a 355, la Campania da 216 a 715 ettari.
Purtroppo, guardando ai dati più recenti, il quadro è decisamente più sconfortante soprattutto se consideriamo che mancano ancora più di 3 mesi alla fine dell’anno. Sono 41 gli eventi registrati entro il 31 agosto, 35 i comuni interessati, 4.659 gli ettari bruciati (dati EFFIS/Copernicus su elaborazione di Legambiente), estensione già superiore di circa 1.000 ettari a quella complessiva dello scorso anno. Mancano all’appello gli eventi delle ultime settimane, sino a quello divampato sull’isola di Santa Maria, e un bilancio definitivo si potrà stilare solo a fine anno, ma alcune considerazioni possono essere fatte sin d’ora.
«I cambiamenti climatici in atto stanno determinando modifiche nel campo delle precipitazioni e delle temperature allungando così la stagione critica ed estendendo la possibilità di roghi alla primavera e all’autunno – evidenzia Carlo Torchiani, responsabile Clima di Legambiente Sardegna -. Quest’anno, in particolare, le abbondanti precipitazioni alla fine della primavera hanno favorito la crescita delle specie erbacee, mentre le alte temperature del periodo successivo ne hanno accelerato l’essiccazione, creando le condizioni più favorevoli al fuoco. È sempre più urgente integrare le strategie di adattamento con la pianificazione forestale e antincendio, favorire la gestione sostenibile delle zone rurali e finanziare la prevenzione.»
«A Santa Maria il fuoco ritorna in un’area che aveva già funestato negli anni ’90 per un uso incauto delle fiamme, in linea con l’origine antropica della maggior parte degli incendi che interessano la nostra regione – dichiara Marta Battaglia, presidente Legambiente Sardegna -. La prevenzione e la cura del territorio rimangono dunque il fronte fondamentale su cui agire con azioni di formazione, informazione e sensibilizzazione, ma la presenza del fuoco nell’Arcipelago ci impone un rafforzamento della capacità di risposta immediata in luoghi spesso difficilmente raggiungibili, scarsamente infrastrutturati e nel contempo irrinunciabili per la conservazione della biodiversità come sono le aree protette.»

Nella foto di copertina Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente

Tags: Antonio NicolettiCarlo TorchianiMarta BattagliaStefano Ciafani
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