Da settimane decine di Comuni sardi fronteggiano il rischio di sospensione del ritiro degli imballaggi in plastica perché gli impianti di selezione e i siti di stoccaggio collegati al circuito nazionale COREPLA sono saturi: il materiale non viene avviato verso gli impianti di recupero, e la catena si è inceppata.
Il problema non interessa solo la Sardegna ma si presenta con intensità diversa, da quasi un anno, innumerose regioni italiane ed europee. All’origine c’è la crisi del mercato delle materie prime seconde, ovvero quelle che si ottengono tramite il riciclo dei rifiuti differenziati: la plastica riciclata costa più di quella vergine importata a basso prezzo da Paesi extraeuropei dove spesso i produttori operano con costi energetici molto inferiori, materie prime a basso costo e vincoli ambientali decisamente meno stringenti rispetto a quelli imposti dalle normative europee. Senza domanda il materiale resta fermo nelle piattaforme di selezione e di stoccaggio e il cerchio non si chiude. In Sardegna il problema è amplificato dall’insularità, che aggiunge i costi e le rigidità logistiche del trasporto via mare.
Il paradosso è amaro. Una delle aree più virtuose del Paese, che ha saputo migliorare senza sosta negli ultimi vent’anni, conquistando l’attuale 76,5% di raccolta differenziata grazie a una lucida visione strategica e scelte pianificatorie coerenti, si trova oggi a non sapere che fare del rifiuto raccolto. La Regione sta affrontando l’emergenza facendo squadra con i Comuni e mettendo a disposizione aree aggiuntive di stoccaggio, ma all’efficacia temporanea di questa soluzione devono essere aggiunte urgentemente altre azioni a tutti i livelli.
A livello nazionale ed europeo, servono interventi di carattere regolamentare e normativo che consentano al prodotto riciclato di essere riconosciuto dal mercato proprio per il valore ambientale del processo da cui proviene, sgomberando il campo dalle distorsioni che portano nei nostri mercati materie prime apparentemente più convenienti solo perché non si considerano i costi ambientali e sociali che comportano.
L’economia circolare non è uno slogan, ma un modello reale che può dirsi praticato solo se il materiale proveniente dal riciclo entra senza ostacoli nei processi produttivi e se ogni soggetto della filiera fa la sua parte: i produttori degli imballaggi, che si fanno carico dei costi per il fine vita (raccolta, selezione e riciclo), il CONAI e i Consorzi di filiera come il COREPLA, che si assumono l’obbligo di ritirarli e avviarli a riciclo, i cittadini che possono, con le loro scelte di acquisto, contenere le quantità e migliorare la qualità di rifiuti prodotti.
Quella geniale invenzione che è la plastica purtroppo sta manifestando oggi tutti i suoi limiti: applicata massicciamente ai prodotti monouso e agli imballaggi, in queste forme esaurisce in tempi brevissimi la sua utilità e diviene rifiuto, determinando problemi di gestione dati gli importanti quantitativi (la Sardegna è la regione italiana che nel 2025 ne ha raccolto più di tutte le altre) e impatti ormai noti quando dispersa nell’ambiente naturale, in particolare sugli ecosistemi marini, per i suoi lunghissimi tempi di degradazione.
Nonostante l’ormai acquisita consapevolezza su queste criticità e l’esistenza di norme europee e nazionali in materia, scontiamo ancora un notevole ritardo nei fatti. Ad esempio, nonostante siano passati quattro anni dal recepimento della Direttiva europea SUP- Single Use Plastics che vietava la commercializzazione di stoviglie, cannucce e cotton fioc, troviamo in vendita piatti e bicchieri in plastica ancora più spessi che in passato (indagine Legambiente usa & getta o riutilizzabile? Facciamo chiarezza!): si rivolgono a chi cerca l’usa-e-getta, ma lo fanno presentandosi come “riutilizzabili” perché solo ad aprile è stato colmato il vuoto normativo che lasciava indefinite le caratteristiche delle stoviglie che potevano a pieno titolo considerarsi tali. Il risultato è che buttiamo più plastica di prima e che proprio la plastica rimane il rifiuto più presente nei parchi e nelle spiagge (80% secondo i monitoraggi Legambiente Park Litter e Beach Litter).
Un passo avanti nella giusta direzione, invece, è l’operatività – da pochi giorni – del Regolamento europeo sui rifiuti da imballaggi che, tra le altre cose, vieta i formati monodose (es. salse, creme per il caffè, ecc.) nella ristorazione e ricettività, gli imballaggi in plastica monouso per frutta e verdura fresca sotto i 1,5 kg, i flaconi monouso di shampoo, bagnoschiuma ecc. sotto i 50 ml nelle strutture ricettive.
Non va dimenticato, infatti, che l’economia circolare non si basa soltanto sul riciclo, ma ha come fondamentale pilastro la riduzione dei rifiuti prodotti, e la situazione attuale dimostra che curare solo il primo aspetto, per quanto importante, non è sufficiente a garantire la chiusura del cerchio. Il rifiuto migliore resta, insomma, quello che non produciamo: compiere le scelte giuste nel fare la spesa – portare da casa le borse riutilizzabili, acquistare prodotti sfusi, valutare i materiali degli imballaggi prediligendo quelli con meno plastica o con una maggiore percentuale di plastica riciclata, comprare formati ricaricabili, utilizzare stoviglie lavabili e bere acqua del rubinetto – può dare un contributo immediato alla risoluzione dell’attuale emergenza e ridurre la nostra impronta sull’ambiente nel lungo periodo.
«Quelle della Regione sono misure tempestive e coerenti con le competenze regionali, ma tutti sappiamo che, se i ritiri non riprenderanno con regolarità, anche i nuovi spazi si esauriranno in poche settimane – commenta Marta Battaglia, presidente di Legambiente Sardegna -. Risolvere il problema alla fonte richiede una politica industriale che, da una parte, favorisca il ricorso a imballaggi più sostenibili e dall’altra, valorizzi il materiale riciclato; non è semplice né immediato, ma le difficoltà del mercato non possono essere scaricate sulle comunità locali e sugli enti che non hanno una competenza diretta sulla questione.»
«Se dall’emergenza usciamo solo trovando nuovi spazi in cui stoccare la plastica, avremo perso un’occasione – aggiunge Michele Meloni, responsabile Rifiuti dell’associazione -. Queste settimane ci stanno mostrando con grande chiarezza che il modello dell’usa e getta ha un limite fisico, e che quel limite lo abbiamo raggiunto. Impariamo uno stile di vita e di consumo diversi, dimostrando che possiamo differenziare egregiamente, ma anche ridurre i rifiuti che produciamo.»
Nella foto di copertina Marta Battaglia, presidente di Legambiente Sardegna









