Il progetto espositivo si articola in due momenti differenti: uno classico e figurativo l’altro più informale e materico. La prima parte della mostra da giugno ad oltre la prima metà di settembre si snoda tra paesaggi marini, scorci di Sardegna e luoghi ideali sempre caratterizzati da ambientazioni marine. Gli autori, tutti molto conosciuti, sono sempre artisti sardi per lo più scomparsi. Si possono così apprezzare gli scorci del sud Sardegna di Bernardino Palazzi come Capo Boi o Villasimius o si possono vedere spiagge del Sinis in un raro acquerello marino di Antonio Corriga, si può ritrovare il candore della chiesetta di Balai in uno scorcio di Vittorio Calvi o i suoi caratteristici casotti colorati sulle spiagge del nord dell’isola. Ancora si possono vedere bagnanti e modelle su spiagge ventose o dai cieli cupi che annunciano temporali, come nelle tele di Manlio Masu. Si ritrovano i famosi pescatori di Ausonio Tanda con le barche spiaggiate, o ancora colorate e vistose barche di pescatori un uno scorcio di Alghero di Verdina Pensè. Ancora si possono ammirare le delicate figurine mitologiche di Sisinnio Deidda che si stagliano, ornate di fiori e perle, tra paesaggi marini, acque dolci, cavalieri e architetture antiche. Nella seconda parte della mostra, che si svolge dalla seconda metà di settembre alla fine di ottobre, sono invece presenti artisti che fanno della matericità il loro tratto distintivo.
Silvano Caria, uno degli espositori più apprezzati dal pubblico della galleria nuorese Il Portico, affronta tematiche a lui molto care con sempre rinnovate soluzioni stilistiche. Le sue opere ripercorrono i racconti del mare nelle grandi steli costruite sapientemente con materiali naturali e locali. Il tema dei viaggi si sviluppa a partire da una imbarcazione simile ad una capiente arca mitologica la quale sembra volare più che solcare le acque, quasi a non voler disturbare quell’equilibrio naturale che il mare ristabilisce sempre dopo ogni tempesta (vedi la stele “Movimento dell’acqua”). Le navi, piccole o grandi che siano, sono ricche di dettagli e di personaggi che, curiosi e fiduciosi, fanno capolino dalla struttura come se fossero parte di un disegno salvifico più grande. Tutte questi quadri polimaterici sono costruiti con elementi e materiali eterogenei, di uso anche comune ma che, forse, quasi nessuno avrebbe immaginato potessero entrare a far parte di un’opera d’arte che sembra davvero costruita pezzo a pezzo non come un puzzle ma come parte di un progetto vero, vissuto.
Pietro Longu, fra i più importanti scultori sardi viventi, porta in mostra alcune opere a metà tra mito e radici profonde: il suo bozzetto della monumentale sirena di Golfo Aranci sta in bilico tra la figura mitologica della sirena, che si erge dal mare e canta (il canto d’amore più famoso della Sardegna “A Diosa”, ma senza dimenticare che anche un altro canto dello stesso autore gli è stato di ispirazione), e la figura femminile sarda, suggerita da voluti riferimenti come la coda-panneggio della sirena, che vuole appunto celebrare la donna dal carattere solido e deciso, dalle profonde convinzioni, riconosciuta come la matriarca di una famiglia nella quale gli uomini erano spesso lontani. Di grande pathos è una scultura tridimensionale intitolata “L’approdo” dedicata al drammatico tema delle tante troppe vite perse in mare. Il cubo che le contiene e trattiene è una barca verso il futuro che purtroppo non esiste più, ma è anche il mare che restituisce corpi senza nome. Ma sono uomini, donne, bambini ognuno con una storia e gridano giustizia e dignità. Delicata e tenera è, invece, la scultura a tutto tondo con i delfini che giocano sotto l’occhio vigile del dio del mare, Nettuno.
Marco Pili, artista molto noto e conosciuto per le sue lunghe e meticolose sperimentazione sui materiali, propone tutte opere dedicate al mare dai toni rilassanti e dai materiali che rimandano realmente alla sensazione di essere su una spiaggia o dentro un paesaggio marino. I suoi quadri raffigurano coste erose dal tempo, mari dai toni profondi e intensi, torri a strapiombo sui mari ma in ognuno di essi si avverte solo pacatezza e una piacevole sensazione di orizzonti e futuro certo, nessuna precarietà o tempo sospeso. La calma è il sentimento dominante che si avverte di fronte alle sue opere. D’altro canto è lui stesso ad affermare che la terra in cui vive, la Sardegna è un posto ideale per un artista, un luogo millenario dove si respira un’energia che trascina in un turbinio di ispirazioni in cui la fonte da cui attingere sono le radici, la cultura, le tradizioni, senza per questo cadere nel folclore ma realizzando opere rese attuali e moderne allo stesso tempo. Ed è proprio da tutto questo retroterra culturale che proviene e si trasmette il senso di ieratica pace che promana dai suoi paesaggi marini.
Marco Tiddia, pittore, scultore, ceramista è uno dei pochi artisti sardi che non avverte dell’isola natia un senso di isolamento. Anzi l’essere circondato dal mare, che ama
tantissimo, è per lui una fonte di grande ispirazione. Così nascono i pannelli in ceramica che raffigurano fondali e creature marine, pesci in particolare, così come quelli colorati e numerosi esposti in galleria, ordinatamente disposti in un mare ideale realizzato con un
tappeto di conchiglie e con plastica a simulare la spuma di mare (ma anche l’inquinamento) che si infrange su un immaginario scoglio. Sopra questo si erge una figura
maestosa con una conchiglia come cappello che altri non è che il guardiano del mare.
Valeria Troncia e Maurizio Serra. Ho lasciato per ultimi i più giovani artisti perché accomunati da diversi elementi. Intanto l’età appunto, il fatto che entrambi espongano al Portico per la prima volta e infine l’idea del riutilizzo dei materiali organici.
Valeria Troncia è un’rtista, scenografa e arteterapeuta. Nel 2010 fonda con Andrea Greco “Animateria”, un progetto artistico dedito ad una ricerca interdisciplinare tra arte, educazione ambientale e partecipazione comunitaria che si origina mettendo in relazione i luoghi, i materiali e le persone e riservando una particolare attenzione al legno inteso come materia viva, portatrice di memoria, trasformazione e racconto. Tutto questo confluisce nelle opere in mostra: un trittico scultoreo che, mutando radicalmente l’archetipo navale, connette la memoria millenaria della Sardegna con le urgenze etiche del presente. I materiali sono estratti direttamente dalla terra, in un’estetica di fragilità organica e recupero che li trasforma in corpi fragili ma tenaci di resistenza. Legni contorti e fibre grezze simulano scafi di saggina e spesse cortecce di sughero. I materiali non si nascondono, ma gridano la loro provenienza. Le opere non sono elementi isolati, ma nuclei energetici di un’unica flottiglia simbolica, un’architettura navale che evoca le imbarcazioni di solidarietà internazionale in rotta verso la striscia di Gaza, portando non merci, ma speranza e vita.
Maurizio Serra, altro giovane artista dalla pittura di matrice prevalentemente astratta costruisce nella mostra un percorso in cui a dominare sono i colori (ottenuti con la
sperimentazione di elementi naturali e riutilizzati) attraverso la sottrazione di contorni e dettagli, e il movimento, impresso da segni e linee. Il percorso espositivo si fa racconto immaginario sul mare: il blu attraversato da toni più scuri riporta subito alla mente il moto ondoso, una grande distesa azzurra circondata di punti e linee vorticosi sembra suggerire delle rotte, degli scafi appena accennati e disordinatamente disposti su un mare gonfio sembrano riportare ad una drammatica attualità di battaglie, che, una volta concluse, non lasciano che una chiazza scura in mezzo al mare che si tramuta in inquinamento ambientale. Le opere, realizzate nell’ultimo quinquennio, si rivelano di grande attualità perché offrono molte chiavi di lettura che l’espressione informale asseconda. Eventi drammatici come naufragi, battaglie e disastri ambientali sono solo intuibili, appena accennati, ma è sempre possibile, per il fruitore dell’opera, leggere la composizione in chiave diversa e positiva. Questo sentimento positivo che comunque pervade le opere, come il quadro che raffigura il cielo scuro illuminato da miriadi di stelle, trae forza espressiva dallo studio e dalla trasformazione di materiali sfociando in una “rigenerazione” anche fortemente simbolica, oltre che materica.
L’esposizione andrà avanti fino alla fine di ottobre, ed anche le opere più figurative sono esposte in galleria e sono quindi visibili fino al termine della mostra. Per tutta la durata della stessa sono previsti diversi incontri sui temi proposti, si parlerà di viaggi, di miti, diarcheologia con diverse iniziative per le quali sarà data adeguata pubblicità.
Il primo di questi appuntamenti si terrà il 18 settembre in concomitanza con la notte bianca di Nuoro e riguarda il racconto e le esperienze di viaggio di giovani migranti.
Interverranno Iqbal Javed proveniente dal Pakistan e Ehsas Masoud dall’Afghanistan, che sono alcuni dei beneficiari del progetto S.A.I. (Sistema Accoglienza e Integrazione) del Comune di Nuoro, e riproporranno il progetto “Le valigie raccontano” realizzato con la collaborazione della Biblioteca Satta di Nuoro. Parleranno dell’accoglienza e del progetto di integrazione di cui sono parte attiva, i loro sogni e le aspirazioni, il vissuto e il presente, coadiuvati dall’esperienza del mediatore culturale Mamadou Mbengas. Anche il pubblico è invitato ad intervenire e raccontare o stimolare riflessioni, proporre idee sulle tematiche affrontate.
Stefania Sini















